Tutte le cifre di una ripresa annunciata

Il ritratto che l’Osservatorio degli utilizzatori delle macchine per il filo ha descritto di due settori utilizzatori importanti come quelli delle viterie e delle bullonerie è tutto sommato positivo, visto l’aumento del numero delle imprese con fatturati e volumi in fase di crescita.

Secondo quanto è stato riportato di recente da fonti della stampa economica nazionale, il settore delle viterie e delle bullonerie può vantare a livello internazionale un volume d’affari di tutto rispetto. Il suo fatturato complessivo ammonta infatti a 72 miliardi di euro circa contro gli approssimativi 36 miliardi stimati dieci anni orsono. In questo quadro la produzione italiana occupa uno spazio di rilievo. Grazie a una manifattura specializzata diffusa in special modo nelle aree settentrionali del Paese e soprattutto in Brianza, riesce a esprimere nonostante una concorrenza globale agguerrita un business da due miliardi di euro. Conserva stretti legami con una varietà di industrie delle più strategiche, a cominciare da quella dell’automobile; e può tuttora dirsi in salute nonostante la riduzione della domanda di minuterie metalliche che ha interessato, sempre stando alle fonti, l’intero continente europeo. Specialmente nel corso dell’ultimo decennio la richiesta di questo genere di articoli da parte della meccanica in Europa è andata ridimensionandosi, perdendo 20 punti percentuali totali. Alla fine dello scorso anno, alcuni eventi tematici hanno messo in luce come il segmento sia stato capace negli ultimi anni di aprirsi sempre più ai mercati esteri, grazie anche al traino dello automotive; e ancor più significativamente di generare un valore aggiunto pari al 31%. Un dato che, sullo scenario della filiera integrata dell’acciaio, ha fatto sì che i fornitori di molle fossero considerati fra gli attori più dinamici e di successo del panorama siderurgico.

Impressioni di settembre
È anche alla luce dell’importanza che il comparto ha nel contesto più ampio delle attività manifatturiere tricolori che l’Osservatorio degli utilizzatori delle macchine per il filo ha deciso di puntarvi la sua lente di ingrandimento allo scopo di esaminarne la performance. Lo ha fatto con una rilevazione idealmente suddivisibile in due parti. La prima ha inteso fornire un ritratto delle viterie e delle bullonerie italiane al settembre del 2017. Con la seconda si è invece voluto mettere a confronto il comportamento che il made in Italy aveva tenuto nel settembre del 2017 con i dati registrati, invece, a un anno di distanza. A una prima occhiata sembra proprio che viti e bulloni abbiano beneficiato nel periodo del vento di ripresa che scuote e sospinge una molteplicità di aree dell’attività imprenditoriale nazionale. Allo stesso tempo non è possibile non notare la crescita numerica delle aziende che hanno lamentato un decremento dell’output o del volume d’affari.

Come era lecito attendersi, la maggior parte delle imprese che hanno partecipato all’Osservatorio (il 47%) ha dimensioni modeste e un numero di dipendenti inferiore alle 15 unità. Il 18% ne ha fra 16 e 29 e solo il 10% ne ha più di un centinaio. Il 24% è di stazza media, fra 30 e 50 addetti; e il 2% ne ha fra 51 e 100. La metodologia scelta per il sondaggio ne ha prevista la ripartizione fra aziende sotto i 15 addetti e aziende oltre i 15 addetti. Entrando nel vivo dei risultati ottenuti, il 54% delle società più piccole ha riportato nel settembre del 2017 un incremento dei costi delle materie prime, a testimonianza di un mercato vivace; mentre il 46% ha ritenuto che i prezzi siano rimasti stazionari. Quanto alle più strutturate, il 70% ha osservato una dinamica ascendente delle commodity e il restante 30 non ha osservate variazioni degne di nota. Nessuno però ha fatto riferimento a un decremento dei prezzi. Positiva è stata l’evoluzione del fatturato presso il 46% delle Pmi, che per il 17% ne hanno però patita una diminuzione (e per il 37% gli incassi sono rimasti pressoché invariati). Le vendite sono salite per il 56% delle big, sono restate stazionarie per il 33% di esse; e solamente l’11% del relativo campione ne ha sofferto il calo.

Produzione fa rima con innovazione
Non dissimili, come peraltro era forse prevedibile, i numeri che hanno riguardato l’andamento della produzione nel corso dell’ultimo anno. Sempre nel settembre del 2017 i partecipanti al survey hanno riferito di un aumento dei loro volumi, che ha interessato il 50% dei costruttori più piccoli e addirittura il 59% di quelli di più ampia dimensione. Fra i primi, soltanto l’8% ha calcolato una diminuzione delle produzioni; laddove presso i secondi la quota sale sino al 15%, sette punti in più. La produzione è stata invece giudicata stazionaria da parte del 42 e il 26% degli interpellati, rispettivamente. l’Osservatorio degli utilizzatori delle macchine per il filo è quindi proseguito con un quesito concernente il rapporto fra il numero complessivo degli addetti di ciascuna viteria e bulloneria e, ancora una volta, i volumi produttivi. Nell’ordine, ecco quanto è stato possibile verificare presso le realtà con una forza lavoro inferiore alle 15 unità. Esattamente i tre quarti di esse (75%) hanno giudicato questo parametro stazionario nel corso del periodo preso in esame; per il 17% si è assistito a un aumento; infine per l’8% se ne è registrata una diminuzione. Passando alle attività con un personale oltre le 15 unità, la stazionarietà è stata segnalata dal 59% delle intervistate; l’11% di queste ha alluso a un ridimensionamento del rapporto addetti-produzione annua; il 30%, senza esitazioni, a un suo incremento netto.

Quella del 2017 è stata anche una annata contrassegnata dagli incentivi e dalle agevolazioni istituzionali promossi dal cosiddetto Piano Calenda per il perseguimento del modello dell’Industria 4.0. E perciò i super e iper-ammortamenti sono stati i responsabili di un rinnovato impulso agli investimenti in tecnologie, esattamente lo scopo ultimo che l’esecutivo si era prefissato. Il riverbero dell’azione del governo centrale e segnatamente del ministero per lo Sviluppo economico o Mise, si è probabilmente fatto sentire anche sulla campagna acquisti delle viterie e bullonerie. O almeno questo è quel che sembra possibile affermare analizzando il tenore delle risposte date al quesito: Da quanto tempo non acquistate una macchina nuova? Partendo nuovamente dai produttori più piccoli, il 29% ha risposto «da meno di un anno»; il 25% «da uno a cinque anni» e di nuovo il 25% «da sei a dieci anni». Il rimanente 21% non ha certamente beneficiato degli sgravi, avendo dato come risposta: «Da oltre dieci anni». Chi ne ha con tutta probabilità approfittato è il 63% delle aziende con più di 15 dipendenti, i cui più recenti acquisti di macchinari risalgono appunto all’ultimo anno, secondo quanto è stato registrato. Sempre in questo raggruppamento, il 15% ha risposto «da uno a cinque anni»; l’11% «da sei a dieci anni»; un modesto 7% «da oltre dieci anni». E c’è pure un 4% di non sa/non risponde.

Consigli per gli acquisti
L’altro interrogativo che l’Osservatorio ha proposto al suo (significativo) campione di intervistati ha toccato direttamente il tema dei criteri che orientano, in seno a un’impresa, proprio la scelta dei macchinari più adatti per conquistare ulteriori margini di competitività. Ebbene, sotto questo aspetto le differenze fra le viterie e bullonerie più piccole e quelle più strutturate paiono, di fatto, annullarsi. L’88% delle prime e l’85% delle seconde ha dichiarato di mettere al primo piano la relazione fra qualità e prezzo. Un mero 8% delle prime, insieme con il 7% delle altre dà importanza all’assistenza post-vendita, nonostante che proprio i servizi e le nuove modalità per erogarli siano centrali nella riflessione sull’Industria 4.0. Nessuna delle Pmi e micro-imprese ha menzionato i tempi di consegna, contrariamente al 4% delle aziende con più di 15 dipendenti. Anche in questa circostanza, fa una certa sensazione che altri quattro punti percentuali siano attribuibili ovunque all’opzione Non sa/non risponde. Pochissimi degli imprenditori e manager ascoltati, per la precisione il 4% di quelli attivi in aziende piccole o piccolissime e il 3% di quelli che operano presso realtà più grandi, ritengono che la macchina made in Italy sia qualitativamente inferiore, o meglio ancora meno avanzata, di quella realizzata oltre confine. Questo era l’oggetto del successivo interrogativo dell’Osservatorio cui sono state fornite risposte sovente quasi sovrapponibili. Nella categoria degli small business il 33% ritiene che le macchine italiane siano più avanzate di quelle straniere; il 38% che siano uguali; addirittura il 25% ha tuttavia eluso del tutto il quesito, dichiarandosi in merito incapace di esprimere un qualsivoglia parere. Passando all’altro raggruppamento, quello corporate, identica è la percentuale di chi assegna alle tecnologie tricolori un posizionamento da primato e di chi ritiene che abbiano performance analoghe a quelle estere (41%). Anche qui, ciononostante, spicca la fetta dei non sa/non risponde, 15%.

Il business oltre il confine
Quando è stato loro chiesto se avessero in programma ulteriori investimenti gli intervistati delle viterie e bullonerie più piccole si sono di fatto, metaforicamente, spaccate. Ha fornito un parere positivo il 50% di esse; e una percentuale perfettamente uguale ha al contrario negato. Molto diversamente è andata sull’altro versante, quello delle medie e grandi imprese, dove i sì hanno conquistato il 63% dei consensi, contro il restante 37% dei non intenzionati ad acquistare. Come è consuetudine delle inchieste realizzate per Tecnologie del Filo dalla specialista Centro Marketing Srl, che ha curato anche questo Osservatorio degli utilizzatori delle macchine per il filo, spunti di interesse arrivano con le domande inerenti le certificazioni ambientali e di qualità. Prendiamo in considerazione le viterie e le bullonerie di minor stazza. Il 59% di queste non possiede né le une né le altre; il 4% le vanta entrambe e soltanto un altro 4% si è dotato di una certificazione ambientale. Il 33%, invece, dispone di una certificazione di qualità. Quanto ai fornitori con più di 15 addetti, almeno una certificazione è patrimonio di tutti. Il 63% ha quella di qualità; il 37% ha ottenuto sia un certificato di qualità e sia un attestato relativo alle buone pratiche di sostenibilità ambientale. Altra tematica attuale e di grande importanza è quella dell’internazionalizzazione, che come era prevedibile è portata avanti con maggior determinazione dalle insegne con più di 15 addetti che non dalle altre. Di queste ultime non esporta affatto il 38%; il 54% vende oltreconfine meno di un quarto della produzione complessiva annua; l’8% una porzione compresa fra i 26 e il 50%. Nessuno esporta più della metà del suo output. Fra le società medio-grandi, un 41% esporta dal 26 al 50% dei volumi; e un altro 41% più della metà; il 18% commercializza sui mercati mondiali almeno un quarto del prodotto e nessuna ha affermato di essere concentrata in maniera esclusiva sul fronte domestico. In linea con le precedenti indagini, Centro Marketing Srl ha concluso il suo Osservatorio degli utilizzatori delle macchine per il filo del settembre 2017 con una carrellata su quali, a detta degli intervistati, siano i rivali più agguerriti del made in Italy nei cinque continenti. Naturalmente, il quesito prevedeva la possibilità di una risposta multipla. Fra le viterie e bullonerie con meno di 15 addetti, il 29% ha assegnato la palma della più temibile alla concorrenza nazionale; un altro 29% alla produzione cinese; il 25% a quella dell’Asia Orientale e per finire il 17% alla manifattura europea. Per quel che riguarda le aziende con una forza lavoro superiore alle 15 unità, il 48% dei rispondenti ha indicato gli europei come i nemici numero uno; il 26% i cinesi; l’11% i connazionali e un ulteriore 11%, invece, i marchi Est-Asiatici. Presso quest’ultima categoria di aziende è emersa una quota del 4% di non sa/non risponde.

Dodici mesi dopo: il confronto con il 2016
Come si è già avuto modo di accennare nel corpo centrale di questo stesso articolo, l’Osservatorio degli utilizzatori delle macchine per il filo curato da Centro Marketing Srl si è concentrato nella sua seconda parte sul paragone con quanto registrato nel settembre 2016. Allora, fra le imprese con meno di 15 addetti il 19% segnalava un costo delle materie prime in crescita (un anno più tardi la quota è del 54%); il 73% un prezzo stazionario (46%); l’8% una diminuzione dei valori, cui fa da contraltare lo 0% archiviato all’inizio dell’autunno 2017. Per quel che concerne le aziende di stazza superiore, il 16% parlava di commodity in rincaro (12 mesi dopo si è al 70%); il 56% le vedeva stazionarie (30%); il 28% in discesa (0% nel 2017). Immediatamente a seguire, il tema dei fatturati. Il 38% delle imprese piccole o microimprese lo scorso anno ne aveva archiviato un incremento, ma un anno dopo la percentuale è più significativa: 46%. Il business era stazionario secondo il 50% di esse, ora il 38%; mentre è salito anche il numero di chi ne ha sofferto il decremento, dal 12 al 17%. Fra le più strutturate, un aumento era indicato dal 32% dei rispondenti contro il 56% del 2017; la stasi dal 56% (33% quest’anno); una diminuzione dal 4% degli intervistati (passati all’11%). Le dinamiche della produzione sono state a loro volta oggetto di confronto. Nel 2016, fra i più piccoli, il 27% ne segnalava un’ascesa; e a distanza di dodici mesi la cifra è quasi raddoppiata (50%). Per il 65% i volumi erano stazionari (42%); invariata è rimasta la fetta riguardante i segni meno: 8%. Presso le altre protagoniste del survey lo output aumentava per il 28% dei partecipanti (59%); era statico per il 52% (26); si era ridimensionato nel 20% dei casi, contro il 15% del 2017. I cambiamenti intercorsi sotto questo aspetto sembrano quindi essere stati del tutto positivi, in linea generale, a testimonianza di una vivacità molto diffusa. Il rapporto fra il totale degli addetti impiegati e la produzione, un anno fa, era in crescita per il 15% delle viterie e bullonerie più piccole (17%); stazionario per il 77% contro il 75% del 2017; in flessione per l’8%, cifra conservatasi identica a distanza di dodici mesi. Il 12% delle grandi ne riportava un aumento, e oggi si è balzati al 30%; per il 68% era stazionario (59%); un decremento era stato sofferto dal 20% delle imprese, a paragone con il più attuale 11%.

Un momento propizio per lo sviluppo
Con buone probabilità, è nella domanda inerente le tempistiche dell’acquisto di nuove macchine che il vento del Piano Calenda si fa sentire più fortemente coi suoi benefici effetti. Partendo dalle Pmi e microimprese, nel settembre del 2016 al quesito Da quanto tempo non acquistate una macchina nuova? il 12% rispondeva «da meno di un anno» (nel settembre del 2017 è stato il 29%: un passo in avanti piuttosto importante); il 46% «da uno a cinque anni» (25%); il 23% «da sei a dieci anni» (25%); il 15% «da oltre dieci anni» (21%). Proseguendo quindi con i fornitori la cui forza lavoro oltrepassa le 15 unità, nel settembre del 2016 il 60% replicava «da meno di un anno» (63%); il 16% «da uno a cinque anni» (15%); il 12% «da sei a dieci anni» (percentuale scesa all’11%); il 12% «da oltre dieci anni» (cinque punti in meno nel 2017 a quota 7%). Senza dimenticare il 4%, datato a quest’anno, dei non sa/non risponde. Pochissimi i cambiamenti meritevoli d’un qualche interesse nelle considerazioni concernenti invece i criteri adottati per la scelta e l’acquisto di nuovi macchinari e tecnologie. Fra i piccoli, ha perso qualche preferenza il rapporto qualità-prezzo (dal 92 all’88% durante il periodo preso in esame) e ne ha per converso guadagnata qualcuna l’assistenza post-vendita (4% nel settembre del 2016; esattamente il doppio nell’autunno del 2017). Fra le imprese più grandi, la relazione qualità-prezzo ha conquistato cinque punti in più, passando dall’80 all’85% delle risposte; è spuntato un 4% di preferenze per i tempi di consegna; i servizi post-vendita hanno lasciato cinque punti sul terreno, scivolando dal 12 al 7% delle risposte totali. Le produttrici italiane di viti e bulloni che impiegano più di 15 professionisti sono restate nel tempo piuttosto coerenti nel loro giudizio circa la competitività del machinery di casa. Il 36% di esse lo riteneva più avanzato di quello d’importazione, nel settembre del 2016; e adesso il dato è del 41%. Il 40% non osservava differenze di rilievo fra l’uno e l’altro (41%); il 12% pensava che le macchine italiane fossero qualitativamente inferiori rispetto a quelle straniere, contro il 4% archiviato quest’anno e posta la percentuale degli astenuti (salita dal 12 al 15%). Al 46% delle più piccole, un anno fa, la tecnologia made in Italy appariva migliore (33%); al 27% uguale (38%); al 12% meno performante (4% di risposte nel 2017). Anche in questa circostanza, spicca l’aumento del raggruppamento di chi non ha risposto, dal 15 al 25%. Si è fatto più folto, come si è avuto modo di osservare anche in precedenza, il plotone dei produttori intenzionati a compiere ulteriori investimenti, non necessariamente in macchinari.

Voglia di qualità
L’anno scorso fra i più piccoli questo desiderio era stato manifestato solamente dal 19% degli interpellati; nel 2017 dalla metà esatta di essi. Contestualmente, si è notevolmente ristretta, calando dall’81% al 50% la percentuale di chi ha risposto negativamente. Presso gli altri, nuovi investimenti potrebbero essere pianificati o messi in cantiere dal 63% delle imprese contro il 56% censito nel settembre del 2016. I no, d’altra parte, sono diminuiti di sette punti (dal 44 al 37% nel periodo). Molto poco, o forse addirittura troppo poco, è mutato sul versante delle certificazioni. Prendendo le mosse tuttavia dalle viterie e bullonerie più piccole, è passata dallo zero al 4% la quota di chi possiede sia una certificazione ambientale e sia una certificazione di qualità; mentre non si è mossa quella delle imprese in possesso della sola certificazione ambientale (sempre al 4% da un anno all’altro). Al contempo, la risposta «nessuna delle due» era tipica nel settembre del 2016 del 69% dei partecipanti alla rilevazione di Centro Marketing; e un anno più tardi lo è solamente del 58% di essi (-11%). Una certificazione di qualità era stata ottenuta dal 27% delle imprese; ma nel 2017 il dato è risultato del 6% superiore: 33%. Nessuna delle insegne più strutturate vanta la sola certificazione ambientale, e il dato non ha subito variazioni nel corso del periodo considerato. Il 40% le possedeva entrambe, un anno fa; ora il 37% soltanto. Ma l’8% delle risposte andava all’opzione «nessuna delle due» che nel 2017 non ha al contrario ottenuto alcun consenso. Infine, si sono fatti strada gli attestati di qualità, con un balzo da ben 11 punti dal 52 al 63%.

In chiaroscuro i dati sulle evoluzioni delle politiche di export a cavallo fra il settembre del 2016 e lo stesso mese del 2017. Infatti, fra i più piccoli il totale di chi vende e agisce esclusivamente sul panorama di casa è aumentata, dal 27 al 38%. Esportava meno di un quarto dei volumi prodotti il 65% delle aziende, rispetto al 54% del 2017; ed è rimasta invariata la percentuale di quanti all’estero vendono fra il 26 e il 50% dei volumi: 8%. Sul fronte dei big, i no-export erano e sono tuttora a zero; si è moderatamente ridimensionato il gruppone di chi esporta meno di un quarto del catalogo (dal 20 al 19%); e così quello di chi oltreconfine porta fra il 26 e il 50% del prodotto, dal 44 al 41%. La buona notizia è che alo stesso tempo ha guadagnato cinque punti il raggruppamento delle viterie e bullonerie più grandi che in territorio straniero vendono oltre la metà della loro produzione, dal 36 al 41%. A cavallo fra il settembre del 2016 e il settembre del 2017 sembra essersi consolidata fra le viterie e le bullonerie, in maniera pressoché indipendente dalla rispettiva dimensione, la percezione dei produttori europei come i rivali più agguerriti sui panorami internazionali. Ma naturalmente anche la Repubblica Popolare Cinese è sempre ritenuta un competitor strenuo. Questo l’oggetto dell’ultimo fra i quesiti sui quali si è basato l’Osservatorio degli utilizzatori delle macchine per il filo realizzato in esclusiva da Centro Marketing Srl. Nel 2016 il 27% dei rispondenti per conto delle aziende più piccole sosteneva che i concorrenti italiani fossero i più agguerriti, ora il 29%. Il 15% puntava l’indice sugli europei, appunto, e un anno dopo si è al 17%. Gli Est Asiatici si accaparravano un 42% di risposte, ora solamente il 25%; la Cina il 15% contro l’attuale 29. Presso le aziende con oltre 15 addetti la concorrenza nazionale era il nemico pubblico numero uno per il 24% degli intervistati, contro l’attuale 11; il 28% segnalava al primo posto gli europei e qui si è avuta la variazione forse più imponente, +20% a quota 48%. L’Asia Orientale suscita minori timori (dal 32 all’11% di risposte) e la Cina, che continua a essere un pericolo, ha ottenuto un 16% di segnalazioni nel 2016, il 26% oggi.

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