Trafilerie: l’ottimismo dei piccoli

La prima delle indagini che Centro Marketing Srl è pronta a dedicare anche quest’anno al settore delle trafilerie con un confronto con quanto rilevato nel 2016 permette di registrare segnali di positività soprattutto presso il segmento delle aziende di dimensione più contenuta.

La filiera nazionale della siderurgia ha evidenziato nel corso del 2016 e a cavallo con l’annata in corso dei segnali contraddittori a seconda del tipo di produzione presa in esame e a seconda del posizionamento dei player analizzati all’interno della supply chain complessiva. All’inizio del 2017 gli specialisti di Centro Marketing Srl hanno redatto e pubblicato la prima delle indagini come da tradizione dedicate al comparto delle trafilerie e già a una prima occhiata rapida è da essa emerso un dato importante. E cioè che guardando a due voci significative quali quelle relative all’andamento della produzione e dei fatturati totali, è possibile notare come i risultati più soddisfacenti siano stati generati dalle società più piccole. In linea con la sua classica metodologia Centro Marketing Srl ha comunque proceduto a intervistare un campione rappresentativo di produttori e trasformatori, dando vita a un ritratto completo del panorama del filo. Sono state cioè interpellate sia realtà di stazza molto ridotta e quindi con un numero di addetti sino a 15 unità; altre con una forza lavoro sino a 29 persone e, per finire, le più grandi: da 30 a 50; da 51 a 100 e da più di 100 lavoratori. Nell’articolo si avrà modo di osservare sia il livello di performance che esse sono state in grado di esprimere alla data del febbraio 2017 sia l’evoluzione attraversata a partire dal febbraio 2016.

Il metodo e i numeri
Gli osservatori e intervistatori hanno quindi concentrato il loro focus su una serie di aspetti particolari. In primo luogo, e posta la descrizione delle differenti classi dimensionali di pertinenza delle aziende ascoltate, hanno indagato la loro rispettiva percezione del costo delle materie prime; le dinamiche del volume d’affari e della produttività; il rapporto fra il totale degli addetti e l’output annuo. Ancora, sotto la lente di ingrandimento di Centro Marketing Srl sono finiti la capacità di innovare – identificata per esempio con la capacità di svecchiare il parco-macchine – e i criteri di scelta delle tecnologie per la produzione. Si è chiesto se i macchinari made in Italy possano o meno essere considerati superiori per prerogative a quelli esteri e se in previsione i manager nostrani abbiano ulteriori investimenti strategici a breve. Il possesso di certificazioni – e quali – e i dati sulle attività di esportazione hanno chiuso il quadro, insieme alla riflessione su quali a livello mondiale siano i concorrenti più agguerriti. Al febbraio del 2017 un aumento del costo delle materie prime è stato avvertito da poco più della metà delle trafilerie sotto i 15 dipendenti (il dato è del 46%) e una identica percentuale del 46% ne ha riportata invece la sostanziale stabilità. Solamente l’8% ha al contrario verificata una diminuzione dei prezzi di mercato. Passando alle trafilerie da più di 15 addetti il 18% ha parlato di una flessione dei listini; il 45% li ha giudicati stazionari e il 36% invece ha lamentato un loro rialzo. Difficile è calcolare quanto e come queste evidenze possano incidere sul business nella sua interezza; certo è che secondo Centro Marketing Srl sono nuovamente le piccole e le micro-imprese a dare sotto questo punto di vista segni di una più robusta vitalità, al momento. Soltanto per il 17% di queste ultime i fatturati sono scesi; laddove il 39 e il 44% di esse ne hanno registrato rispettivamente un innalzamento o la stasi. Fra i player più strutturati lo scenario muta in maniera quasi radicale. Il 29% ha patito un calo degli incassi; il 59% non ha assistito a variazioni di rilievo; e il 12% ha guadagnato terreno.

Minore la stazza, maggiore la produttività
Le cifre riassunte poco più su trovano una certa coerente concordanza con quelle concernenti il livello di produttività dei produttori di filo. Anche in questa circostanza si vede come gli aumenti dell’output o casomai la sua stazionarietà siano tipici più che altro delle insegne da meno di 15 addetti (46% di risposte per entrambe le voci). La discesa dei quantitativi prodotti è al contrario tematica che riguarda un numero più sparuto di operatori, cioè l’8% del totale. Molto diversa la situazione fra i big, dove un segno più riguarda esclusivamente il 27% dei partecipanti all’inchiesta e il meno tocca un 9%. Predominante è allora la calma piatta tipica, stando alla statistica, del 64% degli interpellati, oggi protagonista di una fase di stazionarietà. Terzo degli argomenti dello studio è stato il rapporto fra il totale degli addetti e la produzione annua e qui si è visto che l’8% delle piccole aziende ne ha archiviata una flessione; mentre il 92% ne ha descritto un comportamento stazionario. Nessuno in questa categoria ha riferito di un aumento, in contrasto con quanto messo in luce dal 18% delle sigle con più di 15 dipendenti. In questa classe di grandezza il 73% degli imprenditori ha detto che la ratio addetti-produzione è rimasta identica; il 9% l’ha vista infine scendere. Decisamente più mossa è l’istantanea riguardante l’obsolescenza delle macchine utilizzate ed è qui che si crea uno spartiacque piuttosto marcato fra le trafilerie più piccole e quelle oltre i 15 dipendenti. Infatti il 31% delle prime non acquista un macchinario nuovo da più di dieci anni; il 15% ha provveduto all’ultimo shopping fra sei e dieci anni fa e il 46% da uno a cinque anni orsono. Modesta è la quota (8%) di chi ha rinnovato il suo parco tecnologico negli ultimi 12 mesi. Quanto alle aziende più grandi, è il 50% ad aver fatto campagna acquisti nell’ultimo anno; il 32% da uno a cinque anni fa; soltanto il 5% da sei a dieci anni e il 14% più di un decennio fa.

Qualità-prezzo: la variabile decisiva
Come di consueto, Centro Marketing Srl ha puntato l’obiettivo su una variabile di interesse per quel che riguarda gli investimenti in tecnologie e cioè sui criteri che le società italiane del settore della trafileria seguono in fase di trattativa e di decisione. Indipendentemente dalle loro vocazioni e dalla loro dimensione le imprese del filo mettono in primo piano il rapporto fra qualità e prezzo. È infatti quest’ultimo il parametro di acquisto fondamentale per l’85% delle trafilerie con meno di 15 addetti e per la quasi totalità (95%) di quelle con una forza lavoro più numerosa. Nessuno, per converso, ha considerato determinanti i tempi di consegna che hanno incassato uno 0% su entrambi i fronti. Rimarchevole è infine l’incidenza assegnata ai servizi di assistenza post-vendita, inseriti fra i criteri di scelta delle macchine dall’8% delle trafilerie piccole e solamente dal 5% di quelle sopra i 15 dipendenti. Ha forse un peso maggiore fra i principi di selezione l’origine geografica delle tecnologie e delle soluzioni. Dinanzi alla richiesta di un parere sul livello qualitativo delle macchine italiane e di quelle costruite all’estero, il 23% delle trafilerie con meno di 15 addetti e il 18% di quelle da oltre 15 teste ha preferito astenersi dal giudizio. Il 38% dei piccoli ha però manifestato una netta predilezione per il made in Italy; e una percentuale identica crede che la macchina italiana sia allo stesso livello delle altre. Il 36% dei grandi ritiene le macchine italiane «più avanzate»; un ulteriore 36 «uguali»; il 9% soltanto pensa che siano meno avanzate di quelle d’importazione. Una incoraggiante evidenza in prospettiva futura è quindi giunta dalle risposte al quesito concernente la pianificazione di altri investimenti in innovazione. Ha manifestato l’intenzione di continuare a investire il 69% delle trafilerie di più ridotta dimensione e addirittura l’82% di quelle di maggior stazza, testimonianza di un persistente desiderio di competere e progredire.

Internazionalizzati, ma poco certificati
Soprattutto per posizionarsi stabilmente all’interno delle filiere industriali più redditizie e impegnative le certificazioni di qualità e quelle ambientali diventano sempre più importanti e richieste; sempre più vincolanti. Tuttavia il messaggio sembra non essere arrivato al settore delle trafilerie italiane con la giusta forza. Nella fascia dimensionale inferiore il 31% degli interpellati ha dichiarato di essere in possesso di una certificazione di qualità e l’8% di avervi affiancata anche una certificazione ambientale. Il 62% però non ne detiene alcuna e nessuno dei rispondenti ha detto di godere solamente di un certificato per la sostenibilità ambientale. Il 50% dei player più grandi può vantare entrambe le certificazioni; ma il 14% non ne ha alcuna e il 36% ha provveduto esclusivamente a certificare le sue buone pratiche di qualità. Nonostante questo non sembra azzardato affermare, sulla scorta delle cifre, che la trafileria tricolore conta una presenza solida sui mercati internazionali e a dimostrarlo sono i risultati della statistica curata da Centro Marketing Srl. Fra le aziende sotto i 15 addetti il 46% esporta sino al 25% della sua produzione complessiva e il 15% ne esporta oltre la metà. L’8% vende oltreconfine fra il 26 e il 50% dell’output, anche se il 31% non esporta pressoché nulla. Quanto alle industrie del filo con più di 15 addetti, lo share di chi vende solo in Patria è fermo allo 0%; mentre il 41% distribuisce all’esterno sino a un quarto dei suoi volumi totali. Il 27% dei partecipanti alla rilevazione esporta fra il 26 e il 50% e il 32% esporta oltre il 50%. In media, si può dire che un quarto delle trafilerie venda all’estero oltre la metà del prodotto e il dato non è disprezzabile, specie alla luce del fatto che solo l’11%, tout court, non fa export.

Trafilerie: pronte per la competizione globale
Prevedeva come è naturale una risposta multipla la domanda riguardante quali fra i principali Paesi del globo a vocazione manifatturiera più o meno spiccata, siano anche da considerarsi i rivali numero uno del made in Italy del filo, nella competizione su scala globale. Anche in questa circostanza, procediamo con ordine e dunque prendendo il via dalle trafilerie con meno di 15 dipendenti. Il 38% dei loro titolari e incaricati ha ritenuto di doversi per lo più guardare dalla concorrenza presente sullo stesso suolo di casa; ma una percentuale identica ha invece puntato l’indice su altri produttori e trasformatori in attività entro l’Unione europea. L’Estremo Oriente è temuto dall’8% dei più piccoli e lo stesso può dirsi della Cina, laddove è dell’8% anche la quota complessiva di chi ha preferito astenersi dalla replica. Cambia lo share ma non muta la sostanza delle cose quando ci si volge a prendere in esame i trafilatori con una forza lavoro superiore alle 15 unità. Il 45% di essi crede che i colleghi italiani siano a tutt’oggi i competitor più agguerriti, mentre un 23% ha indicato senza esitazioni gli omologhi continentali. Presso le imprese più strutturate è risultata più intensa la competizione con l’Est dell’Asia (27% di risposte) e meno (5% di pareri) quella con la Repubblica Popolare Cinese. Mediamente, pertanto, il 43% degli operatori intervistati ritiene che il nemico si trovi in casa.

Da un anno all’altro
Che lo scenario di fondo abbia attraversato dei mutamenti di una qualche importanza lungo l’arco dei 12 mesi intercorsi fra il febbraio del 2016 e lo stesso mese del 2017 – date alle quali fa riferimento l’indagine di Centro Marketing Srl – sono nuovamente i numeri a confermarlo. Poco più di un anno fa la quota delle imprese produttrici di trafilati con meno di 15 addetti pronte a dichiarare un aumento del volume d’affari era pari al 29% del totale degli intervistati (nel 2017 è salita al 39%). È aumentato lo share di chi osservava stazionarietà (dal 43 al 44%) ed è però soprattutto calata la percentuale di chi ha sofferto una flessione (dal 29 al 17%). Passando invece alle trafilerie da oltre 15 dipendenti, si può osservare un decremento marcato delle sigle il cui business si è accresciuto, passate dal 41 al 12%; un incremento delle situazioni statiche (36-59%) e persino delle più o meno modeste sofferenze: dal 23 al 29%. Allineata anche la descrizione resa in materia di volumi produttivi. Al febbraio del 2016 presso le insegne più piccole l’output era segnalato in aumento dal 29% dei titolari; contro l’attuale 46%. Il 56% non segnalava variazioni ragguardevoli (nel 2017 è il 46%) e si è ridotto il numero delle trafilerie dalla produttività in discesa, quasi dimezzatosi nel transito dal 14 all’8%. Quanto ai big, nel febbraio dell’anno scorso il 55% aveva registrato un segno più alla voce fatturato (il 27% nel febbraio del 2017); il 45% una stasi (64%); nessuno una diminuzione (9% odierno). Altra informazione critica e sensibile è quella che concerne poi l’acquisto di nuovi macchinari. Partendo dalle piccole e mini-imprese il 21% sosteneva nel febbraio del 2017 di avere fatto gli acquisti più recenti da meno di un anno (nel 2017 è l’8%); il 50% da uno a cinque anni (46%); il 14% da sei a dieci anni (15%); il 14% (e nel 2017 il 31%) di averli compiuti oltre dieci anni orsono. Fra i trafilatori di maggior stazza nel 2016 il 55% dichiarava di avere acquisito nuove tecnologie da meno di un anno (50% a 12 mesi di distanza); il 32% da uno a cinque anni (quota confermatasi in toto, come quella del 50% riguardante gli investimenti da sei a dieci anni); il 9% da oltre dieci anni (nel 2017 è il 14%). Tendono a divergere le opinioni espresse al riguardo dei criteri decisivi per l’acquisizione di una macchina, nonostante che a cavallo fra il 2016 e il 2017 il comun denominatore è dato dal primato del rapporto fra qualità e prezzo di listino. Un anno fa circa era determinante per il 93% delle piccole trafilerie (85% quest’anno) nonché per l’86% delle grandi (e qui la quota è aumentata: 95%). Nessuno scostamento circa l’importanza dei tempi di consegna, fissata da tutti e indipendentemente dalle annate alla soglia dello zero assoluto. Marginali fra i piccoli sono stati gli aumenti di peso dell’assistenza post-vendita (dal 7 all’8% in 12 mesi). Un parametro, questo, il cui valore risulta percepito più debolmente presso le trafilerie con più di 15 dipendenti: lo considerava importante il 14% di esse; a distanza di un anno soltanto l’8%.

Più risorse per il made in Italy
Qualche sorpresa non da poco la si è potuta osservare analizzando il giudizio che gli imprenditori del filo hanno dato del machinery italiano, nel raffronto con quello importato da altre regioni del pianeta. Per esempio, nel febbraio dello scorso anno il 36% delle imprese di minor dimensione considerava il made in Italy più avanzato (il dato 2017 è del 38%) e il 43% lo considerava nella sostanza di valore uguale a quello delle tecnologie d’importazione (oggi si è al 38%). Fra le trafilerie da più di 15 addetti il 55% credeva nella superiorità delle macchine tricolori e ora la quota si è ridotta al 36%. Il 23% considerava i macchinari italiani identici agli altri, per funzionalità (36%) e il 14% li riteneva meno avanzati (nel 2017 il 9%). Se tuttavia presso le trafilerie da meno di 15 dipendenti la percentuale di chi ha preferito non rispondere non è stata oggetto di variazioni di rilievo, dal 21 al 23% in un anno; più significativo è notare che sul versante dei big questa è addirittura raddoppiata, dal 9 al 18%. Mettono si qui d’accordo tutti le previsioni di investimento, che nel volgere di una annata si sono svelate protagoniste di un’impennata rimarchevole. Nel febbraio del 2016 solamente il 25 delle piccole imprese pianificava ulteriori spese; nel febbraio del 2017, lo si è visto, il totale è del 69%. Per conseguenza, si è ristretto (31%) il totale di chi non intende investire, che un anno fa o poco più rappresentava il 75% dei produttori e trasformatori intervistati da Centro Marketing Srl. Fra i grandi il 71% aveva budget da mettere a disposizione dell’innovazione a 360 gradi; e ora si è all’82%, contro il 18% (29% un anno fa) di chi al contrario preferisce conservare per il momento lo status quo. Peggioramenti generalizzati o quasi si sono potuti notare nell’ambito delle certificazioni. Quelle di qualità erano tipiche del 43% degli interpellati più piccoli (31% oggi). Il 57% non possedeva né una certificazione di qualità né una certificazione ambientale; e nel febbraio di quest’anno la percentuale archiviata è stata pari a 62 punti. Era a zero, contro l’8% attuale, la quota delle trafilerie certificate sia dal punto di vista qualitativo sia da quello ambientale. Sono tuttavia da tenere in considerazione soprattutto sotto questo aspetto le possibili variazioni del campione degli intervistati. Solo il 45% dei grandi possedeva entrambe le certificazioni (nel 2017 si è giunti al 50) e il 45% presentava un certificato di qualità (36%). Il 5% aveva un certificato inerente la sostenibilità ambientale dei suoi processi, contro lo zero emerso nell’ultima rilevazione.

Italia contro resto del mondo
Evoluzioni positive hanno toccato infine il percorso delle trafilerie di casa nostra nella direzione dell’internazionalizzazione. Si prenda nuovamente il via dai più piccoli. Nessuno di essi dichiarava nel febbraio del 2016 di vendere all’estero oltre il 50% dei suoi volumi; nel febbraio del 2017 la quota è del 15%. È calata (21-8%) quella di chi esporta fra il 26 e il 50% del suo output complessivo; e così (57-46%) quella delle trafilerie che esportano sino a un quarto del prodotto. Tuttavia, è allo stesso tempo cresciuto numericamente il raggruppamento delle trafilerie che non esportano affatto, dal 21% del febbraio 2016 al 31% di quest’anno. Per converso, leggendo le dichiarazioni delle trafilerie più strutturate, si è potuto notare che la quota di chi non ha ancora intrapreso un cammino di internazionalizzazione è rimasta pari a 0%; ma che anche le restanti voci analizzate siano restate identiche. Il 32% esporta ancora più della metà dei suoi volumi, il 27% fra il 26% e la metà, il 41% vende oltreconfine meno di un quarto della sua produzione annua complessiva. Ed è la concorrenza europea, tutto sommato, a far più paura alla manifattura tricolore del filo ritratta dalla statistica di Centro Marketing Srl di quanto non ne suscitino quella asiatica e quella puramente domestica. Fra le trafilerie da meno di 15 dipendenti nel febbraio dello scorso anno il 57% dichiarava di temere più di ogni altra la concorrenza italiana (38%) e il 14% quella europea (38%). I produttori dell’Est dell’Asia totalizzavano un 14% di segnalazioni, analogamente a quelli cinesi. Nello stesso periodo di quest’anno entrambe le voci sono scese all’8%. Presso i grandi lo scenario varia: resta del 45% la quota delle risposte indicanti nel made in Italy il nemico numero uno; ed è calata dal 36 al 23% quella delle voci che puntano l’indice contro i produttori europei. I grandi trafilatori diffidano dell’Oriente Estremo (risposte in ascesa dal 14 al 27%) mentre la loro considerazione circa l’effettiva pericolosità della Cina per il business rimane al 5%. Per concludere, sembrano essere stati piuttosto movimentati i 12 mesi (febbraio 2016-febbraio 2017) delle materie prime industriali. Nessuno dei più piccoli ne aveva sofferto l’aumento dei prezzi lo scorso anno (contro il 46% di pochi mesi orsono) e il 21% aveva bollato i listini come stazionari (46%). Erano in diminuzione per il 79% degli interpellati, contro l’8% di inizio 2017. Per quel che concerne le trafilerie di dimensione maggiore, i dati rispettivi sono 9% (2017: 36%); 14% (45%) e il 77% contro il 18% del 2017 ha registrato un calo dei prezzi.

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