Trafileria Galbani S.a.s.: un filo più che bello, “tirato a lucido”

Nel mondo della trafilatura una piccola e dinamica azienda lecchese si distingue per una produzione quasi esclusivamente dedicata al filo crudo lucido e semi-lucido. Qui il protagonista assoluto è l’acciaio a basso carbonio, sapientemente lavorato da personale avvezzo a dare del tu a macchine trafilatrici e a filiere.

Attilio Galbani, titolare della Trafileria Galbani S.a.s.

Se è vero, come da qualche anno a questa parte sostengono alcuni super esperti economisti, o presunti tali, che nel panorama industriale italiano la formula da sempre adottata del “Piccolo è bello” sia destinata a perdere valore nell’attuale mercato globale, visto che in esso potrà garantirsi un futuro solo chi è grande e forte, il tempo, prima o poi, ce lo dirà. Certo è che, per ora, la maggior parte delle piccole e medie imprese nostrane da noi interpellate sull’argomento non sembrano per nulla spaventate da quei nefasti presagi; anzi ribattano con vigore che caso mai sarebbe proprio una loro un’eccessiva crescita in dimensioni a cagionarle seri danni, visto che ciò le priverebbe dell’arma più efficace di cui dispongono, tanto apprezzata dai clienti: la flessibilità. Di questa idea è quanto mai convinta anche la Trafileria Galbani S.a.s. incontrata nella sua sede storica di Ballabio (CO).

Materia prima (vergella).

La regola dell’oggi per domani
«Se mi si viene a dire che per le piccole realtà come la nostra dimostrarsi concorrenziali è più difficile di quanto non lo sia per una trafileria di grosse dimensioni posso anche essere d’accordo – afferma il titolare, Attilio Galbani – nessuno però ritengo possa mettere in discussione il fatto che, proprio perché appartenenti alla schiera delle PMI, siamo in grado di distinguerci per la l’agilità e la reattività nella risposta alle richieste della committenza, pregi che, per quanto ci riguarda, cerchiamo di sfruttare al massimo per rispettare la regola che ci siamo imposti, e cioè eseguire quello che viene richiesto oggi per domani, a costo di fermarci qualche ora in più oltre il normale orario di lavoro. E a conferma riporto un esempio recentissimo: sabato mattina scorso mentre ero a casa mi ha telefonato un cliente piuttosto agitato perché si era accorto di essere rimasto senza filo di una data misura per il quale, fra l’altro, per una dimenticanza, non ci aveva nemmeno trasmesso il relativo ordine; ebbene il lunedì successivo, modificando il programma già impostato della giornata, siamo riusciti a trafilargli un certo quantitativo di quel filo e a consegnarglielo per la sera. Non era una camionata, d’accordo, però lo abbiamo accontentato, evitandogli un fermo di produzione».

Filo lucido in bobine.

Nel mercato da quasi mezzo secolo la Trafileria Galbani realizza tre famiglie di filo, partendo da vergella di acciaio a basso contenuto di carbonio: filo lucido, filo semi-lucido e filo saponato, le cui percentuali sul totale sfornato (700-800 t/mese) sono del 49% sia per la prima che per la seconda e del 2% per l’ultima. Il filo lucido è riservato a prodotti finali per i quali solitamente è previsto un trattamento di cromatura o nichelatura, gli articoli ricavati dal filo semi-lucido in genere vengono, invece, zincati a caldo, plastificati o verniciati, infine il filo saponato necessita di una ritrafilatura. In che sorta di beni, in particolare, tali fili, venduti in un arco di diametri da 1,60 mm a 8 mm, vengono trasformati è il titolare a rivelarlo: «Almeno un buon 40-50% diventano ganci per appendiabiti e anelli per il meccanismo dei raccoglitori da ufficio, mentre con l’altra metà si creano griglie per forni e lavastoviglie, protezioni per ventilatori ecc.

Filo lucido in bobine pronto per la spedizione.

La vera certificazione è la competenza
In prima linea nei reparti produttivi da quando aveva quindici anni, epoca in cui al lavoro tra le trafile di giorno, sotto la guida del padre, alternava la frequentazione dell’istituto per ragionieri la sera, Attilio Galbani, dall’alto della sua trentennale esperienza, dice la sua sul tema della certificazione della qualità: «Io sono dell’idea che quel documento, targato ISO 9001, non sia necessario se si dispone di un’ampia competenza maturata sul campo e soprattutto riconosciuta da una folta clientela che da lustri continua a darti fiducia. Una volta in possesso di questo fondamentale requisito, naturalmente bisogna poi sapersi muovere con destrezza nel mercato alla ricerca di qualificati fornitori capaci di metterti a disposizione gli ingredienti giusti per ottenere un prodotto bello e di alta qualità. E il primo fra questi, determinante per l’80% ai fini del conseguimento di risultato d’eccellenza, è la vergella, la quale, però, purtroppo, giusto per complicarci un po’ la vita, può trarre in inganno anche il più incallito dei trafilieri; talvolta, infatti, succede che una partita superficialmente perfetta, senza nessuna ossidazione, in fase di lavorazione si rompa di continuo oppure non consenta di realizzare un filo bello e lucido; di contro capita che da vergelle brutte alla vista, da cui non ti aspetti niente di buono, scaturiscano invece fili spettacolari! E in entrambe le situazioni i motivi della buona o della cattiva lavorabilità della vergella quasi sempre sono da ricercarsi alla fonte, ragion per cui evitiamo di rivolgerci ad acciaierie di scarsa reputazione e fuori dai confini nazionali. Naturalmente gli altri componenti basilari della “ricetta della qualità” – prosegue nella sua analisi il titolare – sono le filiere e gli impianti di trafilatura ai cui costruttori va un plauso per aver saputo migliorarli in modo costante, le filiere, soprattutto, sotto l’aspetto della durata (quelle che utilizziamo sono in metallo duro con il nocciolo in widia), e le trafilatrici specie per quanto riguarda la velocità, compresa quella di infilaggio, a tutto vantaggio della produttività, ma anche il raffreddamento grazie all’introduzione di cabestani di maggior volume».

Filo lucido su aspi pronto per la spedizione.

Trafilieri italiani con una marcia in più
Nella visita allo stabilimento, nella quale abbiamo l’opportunità di vedere in azione il parco macchine della Trafileria Galbani, costituito da un monoblocco doppio passo e da quattro trafilatrici, di cui due a 4 passi, una a 5 passi e l’ultima a 7 passi, scopriamo che anche il nostro interlocutore, così come altri trafilieri già intervistati, è della scuola di pensiero che predilige adottare velocità di trafilatura non troppo alte in quanto giudicate ancora un po’ nemiche della qualità: «In attesa di macchine in cui velocità e qualità possano andare perfettamente d’accordo, condizione che di sicuro i costruttori sapranno rendere possibile in un prossimo futuro, per la produzione di fili di grosso diametro facciamo andare le trafilatrici a 3 metri al secondo, mentre per i fili più fini la velocità sale fino a 8-9 metri al secondo». Poi, già che c’è, lancia un altro messaggio alla categoria suddetta auspicando che venga preso in considerazione: «Mi piacerebbe che nelle macchine di domani fosse un po’ più semplice il set-up così da poter ridurre quelle perdite di tempo che talvolta creano un po’ di nervosismo nelle maestranze».

Trafila rettilinea a 4 passi.

Persuaso del fatto che i trafilieri del Bel Paese abbiano una marcia in più rispetto agli altri in virtù di preziose doti quali intraprendenza e genialità, nonché per la passione che mettono sempre nel loro mestiere, Attilio Galbani illustra così l’attuale quadro del mercato: «Se potessimo misurargli la febbre il termometro ne segnalerebbe qualche linea, il che, in altre parole, significa che la crisi economica, da noi particolarmente sentita nel 2010, con cali di produzione del 30%, causati pure del fallimento di un paio di nostri grossi clienti, non ce la siamo lasciata completamente alle spalle. Spero di sbagliarmi, ma temo che, per quanto la contingenza possa migliorare, i carichi di lavoro di un tempo rimarranno purtroppo solo un bel ricordo e dovremo invece abituarci alle attuali commesse che coprono sì e no una settimana. D’altra parte, si sa, oggi, vista la schizofrenia del mercato, nessuno fa più magazzino, e quando il cliente ti chiama è perché ha finito l’ultima bobina di filo. E noi dobbiamo correre!».

Trafila rettilinea a 5 passi.

Dal 1970 specialisti nel filo a basso carbonio
Come accaduto a numerosi altri lecchesi, anche Cesare Galbani, classe 1936, subisce il fascino della trafilatura e così, nel 1970, con alle spalle una buona dose di esperienza alle dipendenze di un’industria costruttrice di tralicci, affiancato da un socio, crea a Garlate (LC) una ditta per la produzione di filo di acciaio a basso carbonio. Nel 1979 poi, quando l’attività si è già da tempo trasferita nel nuovo ed attuale capannone di Ballabio (LC), la coppia si scioglie e al timone dell’azienda, denominata Trafileria Galbani, rimane solo il signor Cesare. Le tipologie di filo nelle quali nel corso degli anni l’impresa si specializza, e che ancora oggi, guidata dal figlio del fondatore, Attilio, rappresentano la sua offerta, sono sostanzialmente tre: il filo lucido e semi-lucido, che insieme coprono, più o meno in pari quantitativi, il 98% di quanto realizzato, e il filo saponato.

Trafila rettilinea a 7 passi.

Confezionati in matasse (da 500 a 1.000 kg), aspi (da 500 a 1.500 kg) e bobine (da 500 a 1.500 kg) i fili di acciaio suddetti, con contenuti di carbonio compresi tra lo 0,04 e lo 0,10% e diametri variabili da 1,60 a 8 mm, raggiungono oltre 200 clienti, sia di piccole che di grandi dimensioni, ubicati soprattutto nella provincia di Lecco, e poi in tutto il resto della Lombardia nonché nell’intero Veneto. Un ampio parco macchine unito all’elevata competenza dei quattro dipendenti, nei loro rispettivi ruoli, in stabilimento e in ufficio, permettono alla società lombarda di produrre dalle 700 alle 800 tonnellate al mese di filo e di fatturare 4 milioni di euro.

Trafila a 7 passi con avvolgitore per aspi.

I su e giù del prezzo della vergella
Quella raccontataci dal titolare della Trafileria Galbani è un’antipatica vicenda nella quale sicuramente si rispecchieranno diverse altre trafilerie per averla anch’esse già vissuta, magari proprio in contemporanea con la ditta lecchese presentata in queste pagine; già perché quando si lavora con materie prime dal prezzo altalenante come quello della vergella può capitare di trovarcisi dentro, con grande disappunto. «Eravamo nel 2008 – attacca Attilio Galbani – e, dato che il prezzo della vergella minacciava di continuare la sua inarrestabile corsa al rialzo in atto da qualche mese, nonostante avesse già sfiorato l’incredibile soglia dei 900 euro alla tonnellata, decisi di fare un po’ di magazzino. Scelta che però, purtroppo, si rivelò deleteria in quanto, in men che non si dica, quella cifra si dimezzò con le conseguenze ben immaginabili: arrivammo poi a vendere il filo a quasi la metà del prezzo pagato per l’acquisto della vergella! E in tali casi il cliente, sempre molto aggiornato sui prezzi in vigore, non ti viene incontro per farti limitare un po’ i danni! D’altra parte questo saliscendi del prezzo della materia prima è una realtà con la quale noi trafilieri dobbiamo fare quotidianamente i conti – osserva il nostro interlocutore – e che ci induce ad agire con estrema prudenza non disponendo della sfera di cristallo! Attualmente, ad esempio, il costo della vergella è tornato ai livelli base di circa 430 euro alla tonnellata, ma non più tardi di un anno fa, nel giro di due mesi, fra aprile e maggio per l’esattezza, era aumentato di ben 120-130 euro. Insomma, bisogna stare sempre all’erta: già corrono voci che presto ci sarà un nuovo rialzo!».

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