L'opinione

Siamo speculatori e non ce ne rendiamo conto

Angelo Cortesi
Mollifici Co.El. srl
Presidente di Anccem – Associazione Mollifici Italiani

L’avarizia, la compulsiva passione dell’avere, è uno dei sette vizi capitali, che oggi nessuno ricorda più. Eppure l’avarizia è stata bollata nell’antichità e per molti secoli, come «radice di tutti i mali»; e ancor oggi, la brama delle cose, pare di nuovo essere percepita come uno dei più seri impedimenti al progresso civile della società. Questa crisi è figlia dell’avidità e – per essere più precisi – della stupidità dell’uomo. Avidità perché la finanziarizzazione dell’economia rende possibile, di fatto, desiderare sempre di più. Stupidità perché gli uomini stessi hanno permesso che questo potesse accadere, nonostante segnali preoccupanti si fossero manifestati più volte negli ultimi 10-15 anni. E stupidità soprattutto perché in questi ultimi mesi, si è tornanti a fare le stesse cose che hanno causato l’inizio della crisi, permettendo di continuare a perpetuare la distruzione sociale oltre che economica alla quale stiamo assistendo. Ma torniamo all’avidità: è il mostro che dobbiamo combattere se si vuole in qualche modo dare una spallata a questa turpitudine, se si vuole recuperare, oltre che il benessere personale, anche un’accezione sociale dell’economia e dare un valore al «bene comune»; purtroppo, parole queste negli ultimi tempi troppo inflazionate e svuotate dal loro significato. L’errore che facciamo quando cerchiamo di dare un volto a chi sia l’avido moderno è che il nostro pensiero va ai grandi speculatori o ai grandi gruppi che non guardano mai in faccia a nessuno e schiacciano chiunque si metta in mezzo a loro. No,o meglio: è questo, ma non solo questo. Oggi chiunque ha risparmiato con fatica un piccolo gruzzolo, vuole che gli renda di più. Ecco allora l’anziana signora timorata di Dio, o il lavoratore padre di famiglia tutto d’un pezzo, che prendono il loro piccolo risparmio, vanno dal broker e gli chiedono di avere un alto profitto, rinunciando a capire quale meccanismo più o meno discutibile verrà impiegato per avere profitti così alti. Ci rendiamo conto allora come questa mentalità «speculatrice» sia ormai entrata nell’agire comune senza nemmeno più sollevare un’ombra di sdegno. Se da un lato però il fenomeno è molto preoccupante, dall’altro abbiamo la possibilità di prenderne coscienza e di cambiare i nostri comportamenti avidi, modificandoli e finalizzandoli al «bene comune». Come si realizza il bene comune? Semplicemente accontentandoci, per esempio, di un interesse più contenuto che ci può dare una banca che non fa speculazione, ma che finanzia le imprese e le famiglie. Recuperando per esempio il senso di comunità che è sempre stato forte tra la nostra gente e il significato di risorse limitate – purtroppo – che devono essere condivise con tutti e disponibili anche alle generazioni future. Questo significa rispettare gli altri, la loro dignità, rispettare l’ambiente avendo cura del territorio. Paradossalmente anche pagare le tasse, rientra in questa filosofia di attenzione alla comunità. Per l’imprenditore poi si apre tutto un mondo sulla responsabilità della sua azione che servirebbero decine di pagine per descrivere occasioni ed esempi. Uno fra tanti: internazionalizzare nel vero senso della parola e non delocalizzare nascosti dietro l’alibi «dei costi da contenere» mentre si scappa da una serie di vincoli che non sono tutti frutto della burocrazia e della follia politica. Tanti di questi vincoli sono giusti e rispondono a una società che deve crescere non solo economicamente. Ma servono anche alla crescita dell’impresa che deve puntare a un lavoro più salubre, più sicuro, più a misura d’uomo. Forse si dovrebbe smettere di pensare che un’impresa cresca solo quando cresce il fatturato. A questo punto si aprono due strade: continuare a fare i cinici e continuare a dire «Tanto non serve a niente» oppure, ed è a mio parere l’unica soluzione percorribile, credere che una società migliore sarà possibile soltanto se ciascuno di noi sarà disponibile a fare la propria parte con responsabilità. Chi deve cominciare? Purtroppo serve un atto di fiducia. Se non incominciamo noi, non comincerà mai nessuno. Se la fiducia la cerchi solo negli altri, non la troverai mai. Se tu la metti sul piatto, gli altri ti risponderanno. E ricordiamo: migliaia, milioni di piccole azioni, possono cambiare questa società. Vogliamo cominciare a farne qualcuna…

 

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