Relazioni di impresa: la forza dell’innovazione

Per le Pmi italiane, il ruolo degli accordi produttivi nell’accompagnare le strategie aziendali sembra strettamente correlato all’attività innovativa. È quanto emerge dal secondo report di approfondimento dell’Istat condotto nell’ambito delle attività connesse al 9° Censimento Generale dell’Industria e dei Servizi.

I risultati dell’indagine si riferiscono a una fase di evoluzione del sistema produttivo italiano (anni 2011-2012) nella quale emerge con sempre maggiore forza l’importanza di adottare strategie complesse, legate a investimenti in conoscenza, flessibilità produttivo/organizzativa e capacità di ridisegnare le catene del valore.

Le informazioni, rilevate sul totale delle imprese con almeno 20 addetti e su un ampio campione di imprese tra 3 e 19 addetti, si aggiungono a quelle dei registri statistici e consentono una mappatura completa delle imprese con almeno 3 addetti (circa 1 milione e 50 mila).

Nello specifico, la quota di imprese che dichiarano di avere introdotto innovazioni (di prodotto, di processo, organizzative o di marketing) è sistematicamente più elevata tra le aziende con relazioni. Il fenomeno si presenta maggiormente tra le microimprese e tende ad assottigliarsi tra le grandi. Tra le microimprese, ad esempio, si dichiarano innovatrici il 38,4% delle unità “interconnesse” e il 23,4% di quelle “isolate”. Quel che risalta maggiormente, tuttavia, è che le relazioni consentono almeno in parte di compensare il gap legato alle dimensioni, rispetto alle realtà più grandi ma con meno relazioni.

La presenza di relazioni si associa anche a una maggiore articolazione delle fonti di finanziamento. In particolare, sia nelle imprese con 3-19 addetti sia in quelle con almeno 20 addetti, si osserva una minore incidenza dell’autofinanziamento e un maggiore ricorso al credito bancario e alla raccolta di fondi sui mercati finanziari.

Altro dato importante è che le relazioni tra le imprese sembra determinino effetti sulla competitività aziendale, in particolare oltre confine. Stando alle dichiarazioni delle imprese, emerge che, con riferimento alla competitività sul mercato nazionale, il saldo generale tra le aziende che percepiscono un miglioramento e quelle che colgono un peggioramento della competitività è nel complesso leggermente negativo (19,2% contro 21%), ma nasconde significative diversità a seconda della dimensione d’impresa, poiché un saldo negativo si osserva solo nell’ambito delle imprese con meno di 10 addetti. In tutte le altre classi dimensionali, a cominciare da quella relativa alle piccole imprese, il saldo tra valutazioni positive e negative sulla competitività  è positivo e cresce all’aumentare delle dimensioni aziendali. Sul risultato influisce certamente anche un quadro macroeconomico che, nel periodo di riferimento (il triennio 2010-2012), è stato complessivamente sfavorevole.

Sebbene sia più elevato il numero di imprese che dichiara di non poter trarre conclusioni in merito agli effetti degli accordi sulla competitività sui mercati internazionali, il saldo complessivo tra le valutazioni di miglioramento e di peggioramento è positivo. Le imprese che hanno visto migliorare la propria competitività estera sono il doppio di quelle secondo cui è peggiorata. L’andamento si ripete identico in tutte le classi dimensionali, e la quota di imprese che esprimono un miglioramento della propria competitività all’estero grazie agli accordi, va dal 20% – nel caso delle micro imprese – a oltre il 30% nel caso delle grandi. Il settore di attività non influisce in maniera significativa ma il saldo è positivo soprattutto tra le imprese della chimica, della farmaceutica, delle bevande, dei macchinari e nei servizi di ricerca scientifica e sviluppo.

I comparti nei quali gli accordi intrattenuti dalle imprese sono più intensi risultano: manifattura (intensità media pari a 18,6), trasporto e magazzinaggio (16,5), forniture energetiche e commercio (entrambi con 16,3). Nel comparto delle costruzioni le relazioni sono più diffuse ma presentano un’intensità (14,5) inferiore alla media. All’estremo opposto, i settori immobiliare (10,7), sanità e assistenza (10,7), altri servizi (11,5) e attività finanziarie e assicurative (11,5).

La mappatura territoriale dell’intensità delle relazioni corregge in parte il quadro fornito dalla semplice esistenza di accordi. Nelle province settentrionali si registrano relazioni a più elevata intensità, con un grado medio di connettività pari a 16,6 e 16,7 nel Nord-ovest e Nord-est. Nelle province meridionali il valore medio risulta pari a 13: in altri termini, nel Sud, anche laddove le relazioni sono diffuse, risultano tuttavia mediamente poco intense.

 

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