PMI-PA, un dialogo da rianimare

Ottaviano Nenti. Giornalista, scrive di temi inerenti il mondo universitario, la comunicazione e la ricerca

Durante un’intervista a un titolare d’azienda, alla domanda: “Che cosa chiede alle istituzioni per aiutare le piccole e medie imprese?”, mi è stato replicato: “Nulla, ci ho rinunciato”. Una risposta comprensibile nella disillusione presente nel mondo produttivo di fronte alle tante lacune, inefficienze e manchevolezze della Pubblica amministrazione, ma non condivisibile in un’ottica imprenditoriale, che per sua natura è improntata alla tenacia, all’abnegazione, alla costruttività. Motivi di scoramento ve ne sono senza dubbio molti: a cominciare da quegli oltre 100 miliardi di euro di credito che le aziende attendono dallo Stato. Ma su tutto deve prevalere quella forza di volontà sopra citata: la stessa che ha permesso a tanti capitani d’azienda di far nascere da zero idee produttive, o di alimentare e accrescere ditte familiari andate espandendosi per produzione, personale e mercati nel corso delle generazioni.  Un atteggiamento proattivo tanto più indispensabile in un momento come questo, in cui sette anni di crisi strutturale dell’economia (la congiuntura negativa più lunga dagli anni ’30 del ‘900), possono fiaccare persino gli imprenditori di settori sostanzialmente sani come quello degli stampi e della piccola e media manifattura in generale che, non dimentichiamolo, è seconda in Europa solo al colosso tedesco. La competenza e la costanza che hanno prodotto queste performance vanno dunque applicate anche ai rapporti con la Pubblica amministrazione. Un mondo, quest’ultimo, che non gode di buona opinione, e accusato – spesso non a torto – di lentezza  e farraginosità quando non di inefficienza e lassismo. L’universo imprenditoriale, con la sua propensione all’iniziativa, ha allora il dovere di “rianimare” un interlocutore di cui non può fare a meno se desidera infrastrutture (trasporti ecc..), all’altezza di quelli europei, oltre che iter burocratici snelli, efficienti, veloci. Si può dunque affermare, ricorrendo a un gioco di acronimi, che le Pmi debbono incalzare la Pa, mettendo nella propria playlist di contatti i cosiddetti Urp, Uffici relazioni con il pubblico, stimolandoli a proseguire una digitalizzazione che, per fortuna, cresce nel mondo delle imprese private quanto in quello della pubblica amministrazione. Basta d’altronde visitare l’home page di un qualunque municipio, di grande o media dimensione, da quello di Milano a quello di Brescia per esempio, per verificare quante possibilità di interazione sono sorte negli ultimi anni grazie ad abbonamenti free a newsletter, link tematici, motori di ricerca, spazi per l’invio di reclami o richieste di informazioni. E poi c’è il futuro prossimo venturo, che in diversi posti è già realtà: a partire dal sistema Cloud, la famosa nuvoletta virtuale che altro non è se non una memoria condivisa tramite il web da più interlocutori fra loro distanti, e che può mettere in relazione Pmi e Pa, evitando lungaggini e ripetizioni. Il Cloud permetterà per esempio di evitare code agli sportelli, presentare domande o documenti in formato cartaceo, reiterare procedure sempre identiche per commissioni analoghe. Forse nessuno come un imprenditore conosce il valore monetario del fattore-tempo e sa quanto sia indispensabile risparmiarlo per investire nei pilastri della sua attività: risorse umane, ricerca, innovazione, formazione continua. Lungo la Penisola sono già in essere partnership fra i due mondi sopracitati: nella Regione Marche, per esempio, esiste un progetto denominato “MCloud 2013”, una “nuvola federata pubblico-privata” cui si collegano più soggetti: imprese, regioni, comuni, asl.  In secondo luogo, l’obiettivo di una banca dati unica di tutte le Pa consentirà alle imprese di verificare lo stato di avanzamento di un fascicolo elettronico, di un progetto presentato o di un iter burocratico senza spostarsi dai propri desk aziendali. E le Pa non dovranno richiedere ogni volta daccapo documentazioni sempre identiche a una stessa impresa o ripetere i controlli di requisiti sempre uguali.

Tutto ciò consentirà un risparmio per Stato e Pmi: secondo la Scuola di management del Politecnico di Milano, per il primo si aggirerà intorno al miliardo e mezzo di euro l’anno, per le seconde addirittura intorno ai 23 miliardi annui. Per questo il pessimismo verso le Pubbliche amministrazioni deve semmai lasciare spazio a un pressing costante, magari rafforzato dall’efficacia delle associazioni di categoria, in questo caso l’Ucisap, per sollecitare la Pa a completare in fretta questo processo di digitalizzazione ed efficientamento. Ne conseguirà un duplice vantaggio: le Pa avranno meno spese e richiederanno di conseguenza meno introiti fiscali (tradotto: un po’ meno tasse per tutti i cittadini, imprenditori e non); le aziende vedranno tradursi in denaro il tempo risparmiato negli odiosi e temuti “iter burocratici” le cui durate, all’alba del 2013, si iscrivono ancora nella poco raccomandabile categoria dell’incalcolabile.

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