Editoriale

L’innovazione passa per la formazione

Un recente studio, pubblicato sulla rivista scientifica Science, dimostra quanto sia difficile per chi vive in condizioni di povertà, mettere in atto comportamenti che gli permettano di cambiare la propria situazione economica.

Si pensa all’immediato e non si riesce ad attuare strategie a lungo termine che possano risultare efficaci a cambiare il proprio stato; per cambiare il quale bisogna guardare lontano e progettare il futuro; bisogna investire sulla crescita dei giovani e sull’innovazione. In Cina, per citare il solito paese in crescita, si sta investendo sempre più in ricerca, ne sono prova gli oltre 300mila brevetti all’anno. L’innovazione di prodotto e di processo può garantire la flessibilità necessaria a essere competitivi sul mercato. Non bisogna fossilizzarsi sulle proprie nozioni acquisite, ma si deve sempre accrescere la conoscenza. L’innovazione, però, può essere garantita solo dalle risorse umane; i giovani devono essere adeguatamente formati; troppo spesso invece, in momenti di crisi, i fondi all’istruzione sono i primi a essere tagliati, con conseguenti variazioni discutibili dei piani formativi. Diversi anni fa nelle università è stata inserita la laurea breve, per consentire un più veloce inserimento nel mondo del lavoro, si diceva. Così sono stati stravolti i programmi di studio per avere percorsi formativi più brevi. Ma, per esempio nelle facoltà di ingegneria, sono rimaste nel percorso triennale (laurea breve) le materie di base mentre sono state ridotte quelle caratterizzanti. Molti imprenditori dicevano che poi la formazione successiva si sarebbe fatta in azienda. Ma la formazione ha un costo che spesso le aziende non riescono a sostenere. Se poi formazione vuol dire mettere subito a lavorare sulla linea produttiva il laureato, questo non eleva la conoscenza ma anzi la limita legandola a sistemi produttivi che potrebbero divenire obsoleti.

Quindi i laureati triennali, pagati sicuramente meno, di quelli quinquennali e inseriti nel mondo lavorativo senza avere un’adeguata maturità scientifica, possono garantire la necessaria innovazione?

Non sarebbe meglio richiedere al mondo dell’istruzione di adeguare i programmi di studio alle necessità dei mercati e di continuare a finanziarlo per avere persone ricche di conoscenza?

Questa trattata non è una tematica nuova, tutti ne parlano, ma cosa si fa nel frattempo?

L’innovazione passa per la formazione dei giovani, si deve investire in formazione e ricerca, non vi è altra strada per essere competitivi e uscire dalla condizione in cui ci troviamo.

Non tocco temi tecnici che troverete trattati più avanti nelle pagine di questa rivista, dove molto spesso dietro agli aspetti tecnici si nascondono storie di uomini appassionati al loro mestiere che portano avanti con nuove idee e tanti sacrifici le imprese che valorizzano un territorio. Ne ho conosciuti alcuni che ogni volta che si avvicinavano al banco di trafilatura con gli occhi incitavano il filo ad attraversare le singole trafile e fieri lo seguivano mentre si avvolgeva sull’ultimo aspo avvolgitore. Con lo stesso sentimento auguro a questa rivista di continuare nella sua opera di divulgazione della conoscenza, in questo periodo non facile.

Dopo un anno in Tecniche Nuove, desidero mandare un affettuoso saluto a tutti i lettori di tecnologie del filo e in particolare ai membri del gruppo editoriale che lavorano con grande serietà e passione.

 

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