Inchiesta mollifici: caricati a molla

Secondo quel che è stato riportato da Centro Marketing Srl nelle pagine della sua periodica rilevazione i mollifici italiani e in particolare quelli da oltre 15 dipendenti hanno registrato nel periodo compreso fra il maggio 2016 e il maggio del 2017 variazioni per lo più positive.

Sono i produttori italiani di molle industriali i protagonisti della rilevazione statistica realizzata durante la scorsa primavera dagli specialisti di Centro Marketing Srl. L’analisi ha preso in considerazione il periodo compreso fra il maggio del 2016 e lo stesso mese di quest’anno. Il focus si è concentrato sulle imprese di dimensione più contenuta, ovvero con meno di 15 addetti complessivi alle loro dipendenze; e su quelle di maggiore stazza, cioè con una forza lavoro superiore numericamente alle 15 unità. In linea con il tradizionale approccio di Centro Marketing, i temi caldi esaminati hanno spaziato dalle variazioni del costo delle materie prime a quelle della produzione e del fatturato. Si è poi passati a indagare aspetti quali il rapporto fra il totale degli addetti e i volumi produttivi generati; nonché i criteri di scelta e l’obsolescenza del parco macchine in dotazione ai mollifici interpellati. Non da ultimo, agli intervistati è stato chiesto se intendessero o meno procedere nel medio-breve termine a nuovi investimenti e se siano in possesso di certificazioni di qualità o ambientali. Infine, si è affrontato l’argomento dell’internazionalizzazione. A imprenditori e manager è stato domandato in quale percentuale il loro output sia indirizzato ai mercati esteri e anche quali siano sugli scenari globali i concorrenti a ragione o torto considerati i più agguerriti. Senza scostarsi dalle opinioni di un esponente di spicco del settore, cioè il presidente dell’Associazione nazionale dei costruttori di molle o Anccem Angelo Cortesi, che in più occasioni ne ha evidenziata la buona salute, anche le statistiche restituiscono dati positivi. Basti dare uno sguardo, in particolare, alla crescita che la più gran parte delle insegne ha archiviato in termini di giro d’affari; e ai contestuali incrementi della produzione conseguiti.

Materie prime e flussi di cassa
Il comportamento delle materie prime, dal punto di vista dei costi, è stato oggetto del primo quesito posto ai costruttori di molle italiani. E tanto presso le società da meno di 15 addetti quanto presso le altre è stato possibile vedere una netta spaccatura. Per quel che concerne il primo dei due raggruppamenti, il 44% ha parlato di una performance stazionaria; il 54% di un aumento delle tariffe e solamente il 2% ha affermato di avere assistito a un calo dei listini. Quanto alla seconda classe dimensionale, il 9% ha segnalato prezzi in flessione; il 41% ne ha indicata un’ascesa; infine il 50% pensa che i prezzi delle commodity non siano cambiati. D’interesse è poi il dato sui fatturati messi a bilancio fra il maggio del 2016 e il maggio del 2017, da parte di entrambe le categorie. Il 36% dei piccoli li ha considerati stazionari e il 48% in crescita. Un modesto 2% si è astenuto dal rispondere mentre il rimanente 14% ha riportato una loro diminuzione. Per quel che riguarda gli stabilimenti con più di 15 addetti, una discesa del business sembra avere interessato soltanto il 9% dei partecipanti all’inchiesta; la stazionarietà ha toccato il 18% dei rispondenti e un aumento è stato descritto dal 73%. Pressoché speculari le percentuali inerenti l’andamento della produzione sull’arco dei 12 mesi in oggetto. Partendo dai mollifici più grandi, ancora il 73% ha affermato di avere aumentato il suo output e il 18% di non avere osservata alcuna variazione degno di nota; laddove per finire è il 9% ad aver patito un arretramento. Analizzando invece le dinamiche delle micro e delle piccole aziende, è possibile evidenziare un consolidamento dei segni meno (16%) e il peso significativo di quanti, il 38%, non hanno vissuto cambiamenti di rilievo. Rimane tuttavia incoraggiante, anche su questo fronte, il 46% di chi ha accresciuto i volumi.

Attenzione all’innovazione
Come si è già avuto modo di anticipare, la rilevazione condotta su un campione significativo di big e Pmi si è soffermata anche sulla relazione fra il numero dei dipendenti e la produzione annua. Prendendo questa volta le mosse dalle seconde, la stragrande maggioranza di esse ha alluso a un rapporto statico (80%) e solamente il 16% lo ha ritenuto in aumento. Un’evoluzione negativa è stata tipica nel periodo del 4% delle imprese ascoltate da Centro Marketing. Sull’altro versante, resta un 4% di produttori secondo i quali il rapporto addetti/produzione annua è andato in discesa, ma è più esiguo il totale delle voci che lo hanno interpretato come stazionario; e più cospicuo quello di chi ha parlato di un aumento, il 41%. La sensibilità nei confronti dell’innovazione e più in generale dello svecchiamento degli equipaggiamenti tecnologici disponibili è stata al centro di un ulteriore quesito, relativo alla datazione degli acquisti di nuove macchine. Fra le piccole e piccolissime società il 48% dei rispondenti ha detto di avere acquisito un nuovo macchinario da meno di un anno; e presso le più grandi costruttrici di molle la quota arriva addirittura al 68%.

Non sembra perciò azzardato ipotizzare che sulla situazione abbiano sortito effetti benefici i provvedimenti istituzionali a supporto del machinery e dell’Industria 4.0, Nuova Sabatini e Piano Calenda. Quale che sia la motivazione, è assodato però che i mollifici di casa nostra hanno provveduto per tempo a sostenere la loro competitività con operazioni mirate. Infatti, è del 28% fra le realtà con meno di 15 addetti la percentuale di chi ha comprato le ultime novità nel più recente quinquennio; del 12% quella di chi ha in casa macchine vecchie di dieci o più anni. Tornando nuovamente ai big, il 32% ha proceduto al restyling da uno a cinque anni fa; e nessuno ha acquistato la sua ultima macchina nuova dieci anni orsono e oltre. Gli intervistatori hanno altresì analizzato i principali criteri che guidano la scelta di un macchinario inedito. Merita di essere evidenziato il fatto che il 14% delle aziende con meno di 15 dipendenti consideri un elemento trainante la disponibilità di un affidabile servizio di assistenza post-vendita; mentre fra quelle oltre i 15 addetti lo share scende al 5%. Ovunque, però, appare dominante il rapporto fra qualità e prezzo, indicato come prioritario dall’84% delle micro e piccole aziende e dall’86% delle altre. Sembrano interessare marginalmente i tempi di consegna, la cui incidenza è riconosciuta dal 2% delle prime e dal 9 delle seconde.

Il made in Italy contro il resto del mondo
Quasi inevitabile è stata quindi una riflessione sul livello qualitativo delle macchine costruite in Italia e sulla loro concorrenzialità rispetto a quanto offerto dai vendor di altre parti del pianeta. Nel complesso, l’impressione è che si tratti di una partita giocata tutto sommato ad armi pari. Fra i produttori di molle con una forza lavoro inferiore alle 15 unità il 56% degli interpellati ritiene che il made in Italy sia per prerogative e qualità uguale alle produzioni estere; presso i più grandi mollifici il dato è più basso di dieci punti esatti (46%). Il 24% dei primi e il 27% dei secondi ha assegnato però una posizione di primato alle tecnologie di casa nostra; e solo il 16% dei primi e il 9% dei secondi considera migliori i macchinari importati. Dei piccoli, soltanto il 4% si è rifugiato dietro la formula del non sa/non risponde; e fa invece una certa sensazione che lo share degli incerti salga, sull’altro fronte, addirittura al 18%. Degli argomenti affrontati dalla statistica di Centro Marketing Srl uno fra i più interessanti è forse quello relativo alle prospettive di ulteriori investimenti. Le risposte ottenute ispirano e giustificano un certo ottimismo circa la potenza di fuoco e i flussi di cassa della manifattura tricolore. Il 66% dei mollifici di piccola dimensione ha risposto affermativamente, senza se e senza ma; e lo stesso ha fatto un sensazionale 91% di quelli dalla stazza più imponente. Fanno da contraltare ai le repliche negative, pari al 30% fra i primi (cui bisogna poi aggiungere un 4% di non sa/non risponde) nonché a un risicatissimo 9% indicato dai secondi.

Qualità certificata
Rispetto a quanto messo in luce da altre indagini in relazione a segmenti affini dell’industria appare degna di rilievo l’attenzione con cui la produzione italiana di molle guarda al tema delle certificazioni, tanto di ambito ambientale quanto concernenti, invece, la qualità. Sono soprattutto queste ultime ad aver guadagnato consensi nel periodo compreso fra il maggio del 2016 e il maggio del 2017. Ne è in possesso il 36% dei mollifici più piccoli e il 68% dei grandi. Solamente il 6% dei primi gode sia delle certificazioni ambientali sia di quelle di qualità, contro il 18% registrato presso i secondi, dove nessuno può vantare soltanto la certificazione ambientale e dove il 14% degli intervistati non è certificato in nessun campo. Quest’ultima voce, in maniera abbastanza preoccupante, sale tra le imprese sotto i 15 addetti al 56%, che solo nel 6% dei casi godono di ambedue i meccanismi di certificazione. Forse perché inseriti tipicamente in filiere di respiro nazionale, nonostante che poi magari i loro prodotti giungano oltreconfine tramite i loro committenti, le Pmi hanno un export limitato. Il 38% dei piccoli produttori non esporta affatto e il 60% vende oltreconfine meno del 25% dei suoi volumi medi annui. Il 2% esporta sino alla metà del suo output e una identica quota consegna ad altre nazioni più del 50% della produzione totale. Il quadro cambia radicalmente quando si prendono in considerazione i costruttori di molle industriali oltre i 15 addetti. Il 50% esporta sino a un quarto dei suoi volumi; il 18% fra il 26 e il 50%; il 27% esporta oltre la metà di quel che produce e un quasi trascurabile 5% non ha, di fatto, relazioni con l’estero. La domanda successiva è in qualche modo l’ideale corollario di quest’ultima e prevedeva, come sempre in queste circostanze, la possibilità di fornire una risposta multipla. Riguardava cioè l’origine dei concorrenti che i mollifici italiani ritengono essere, su scala mondiale, i più temibili e competitivi. Le risposte fornite hanno permesso di apprendere che i rivali più agguerriti sono considerati gli italiani medesimi, secondo il 68% delle realtà con meno di 15 dipendenti e il 59% degli altri. Fra i piccoli le posizioni seguenti sono occupate dai cinesi con il 12% delle segnalazioni; dagli europei (8%) e dagli Est Asiatici (8%). Non ha risposto il 4% degli interpellati. Sull’altro versante l’Europa ha catturato il 18% delle risposte; Estremo Oriente e Cina il 9% ciascuno; mentre la percentuale degli astenuti si è infine attestata al 5%.

2016-2017: le affinità e le divergenze
Nonostante che, come si è già osservato, lo stato di salute complessivo dei produttori italiani di molle appaia decisamente buono, pure è vero che esaminando nel dettaglio la loro evoluzione fra il 2016 e oggi è possibile senz’altro avvertire qualche variazione in negativo. Questo è per lo meno quanto è emerso ancora una volta dalle rilevazioni di Centro Marketing Srl, che fedele al suo approccio metodologico ha presentato un raffronto fra i risultati della indagine datata al maggio dello scorso anno e quanto verificato nello stesso periodo del 2017. Innanzitutto, è da notare che per entrambe le classi dimensionali prese in considerazione il costo delle materie prime lungo i 12 mesi è aumentato, in linea peraltro con quel che s’è visto di recente nel corso di eventi dedicati alle commodity come il Made in Steel di Siderweb. Soltanto il 6% circa delle società con meno di 15 addetti ne aveva patito l’incremento un anno fa; contro il 56% di chi lo considerava stazionario e il 39% di chi ne aveva sperimentata la diminuzione. Nessuno dei mollifici con una forza lavoro superiore alle 15 unità aveva segnalato nel maggio del 2016 un rialzo dei prezzi delle commodity; per il 71% essi erano statici; infine nel parere del 29% degli interpellati esse avevano attraversato una fase di calo. Qualche scostamento è percepibile anche sul fronte dei fatturati, sebbene sotto questo aspetto le discrepanze siano, dall’una all’altra annata, meno significative. Un segno più era tipico allora del 54% delle piccole imprese; presso il 39% di esse non si segnalava alcun mutamento rimarchevole; una diminuzione riguardava solo il 7% del raggruppamento. Passando invece alle più grandi costruttrici di molle il quadro assume una tinta differente, anche se lievemente. Il 69% di queste ultime aveva registrato un anno fa una impennata del volume d’affari (ora è il 73%); la stazionarietà concerneva meno del 30% degli intervistati; una diminuzione il 5%. Quasi del tutto speculare è il ritratto che la statistica è riuscita a tracciare a proposito della performance della produzione, come d’altronde si era visto in relazione al solo maggio 2017. Cominciando dalle insegne con meno di 15 addetti, un aumento si notava presso il 48% di esse, e un anno dopo presso il 46; il 44% non aveva avvertito alcuna variazione (38%) e solo il 7% contro il più recente 16 aveva invece riportata una flessione dell’output complessivo. Quanto ai mollifici da oltre 15 dipendenti, sono più numerosi quelli che hanno archiviato un surplus produttivo (73 contro 62%) ed è calato da un anno con l’altro il totale di chi ha sperimentato una certa staticità (dal 33 al 18%). Per finire, si è fatto leggermente più folto il plotone delle aziende costruttrici di molle industriali alle prese con un calo produttivo (5-9%).

Un clima di maggiore fiducia
Fra le piccole imprese è salito il numero di quanti, alla domanda da quanto tempo non acquistate una macchina nuova? hanno risposto da meno di un anno (dal 31 al 48%). Al contrario tra i mollifici di maggiore stazza gli acquisti recenti si sono rarefatti (dall’86 al 68%). È tuttavia lecito supporre che come avviene anche in altri settori le grandi aziende avessero provveduto più tempestivamente allo svecchiamento del loro parco macchine, per ragioni strategiche quanto per via della diversa disponibilità di risorse. Si è accresciuto, su questo ultimo fronte, il totale delle insegne che hanno realizzato la loro ultima campagna acquisti durante il quinquennio più recente, balzando dal 14 al 32% in dodici mesi. Come era d’altro canto lecito aspettarsi non sono cambiati granché i criteri di scelta delle macchine, forse a indicare che il business dei servizi stenta ancora a prendere quota fra i mollifici. Per conseguenza, nella transizione fra il 2016 e il 2017 le vendite di macchinari sono state trainate sempre dalle ragioni del rapporto qualità-prezzo, con percentuali rimaste invariate. Curioso è il fatto che nel maggio del 2016 il 30% circa delle piccole emicro produttrici (contro l’attuale 24%) si dicesse convinto della superiorità tecnologica delle macchine made in Italy e il 44% della loro qualità identica a quella dei macchinari stranieri (ora il 56%). Qualcosa di simile – e si dovrebbero magari indagare le ragioni di questa discrepanza – è avvertibile anche presso i big. Un anno fa il 38% di essi pensava che le tecnologie italiane fossero migliori di quelle straniere (e adesso soltanto il 27%); mentre il 29% riteneva fossero uguali, contro il 45% attestato nel maggio del 2017. Nel maggio del 2016 replicava al quesito sull’intenzione di compiere nuovi investimenti il 48% delle piccole imprese e il 71% dei grandi produttori. Un anno dopo, la spinta all’innovazione è tutt’altro che esaurita, visto che fra le prime la percentuale è salita al 66% e fra le seconde è arrivata a toccare quota 91%.

Certificati per competere
Contestualmente, si è ridotta dal 52 al 30% fra i piccoli e dal 29 al 9% fra i grandi lo share di chi non ha pianificato ulteriori spese. Pochi sono stati i cambiamenti di rilievo nell’ambito delle certificazioni, anche se al maggio del 2016 solo il 4% dei produttori di dimensione più modesta possedeva sia quella ambientale e sia quella di qualità; mentre ora il dato è del 6%. Per quel che riguarda invece le aziende con più di 15 dipendenti si è vista una flessione degli interpellati che le possedevano entrambe (dal 29 al 18%) e un’ascesa dei certificati di qualità, posseduti dal 68% delle insegne contro il precedente 57%. Micro e piccole imprese hanno conservato nel tempo un atteggiamento costante nei confronti dell’export. Si è solo alzata la percentuale di quanti hanno riferito che meno di un quarto della loro produzione è destinata ai mercati internazionali, dal 57 al 60% delle risposte. Presso le altre il dato più significativo riguarda nuovamente il calo (38-18%) di chi esporta fra il 26 e il 50% dei suoi volumi. Vi ha fatto da contraltare l’incremento di quanti hanno affermato di esportare oltre il 50% del suo output complessivo, addirittura dal 10 al 27% secondo quanto calcolato da Centro Marketing. Per concludere, non è stato possibile evidenziare alcun particolare scostamento, fra il maggio di quest’anno e quello del 2016, nella percezione che i produttori italiani di molle hanno della loro concorrenza su scala internazionale. In cima alla lista dei nemici numero uno c’erano e sono rimasti i connazionali, pur se a fronte di qualche slittamento nell’opinione dei piccoli (dal 74 al 68% delle risposte) e di una lieve impennata presso i grandi (dal 52 al 59%). Ancora, presso i primi si è visto un leggero aumento delle risposte che indicano negli europei i concorrenti più agguerriti, dal 6 all’8% e una flessione delle risposte, sullo stesso argomento, fornite dalle imprese oltre i 15 addetti: dal 33% si è passati al 18%. Sul primo fronte facevano meno paura i cinesi, lo scorso anno (9% contro l’attuale 12) e la stessa dinamica si è verificata anche presso le aziende più strutturate, dal 5 al 9% di segnalazioni. L’Asia dell’Est ha continuato ad accaparrarsi un totale di risposte inferiore ai dieci punti.

La parola al presidente
Di seguito, suddivise per argomento, alcune delle risposte offerte dal presidente di Anccem (Associazione nazionale dei costruttori di molle) Angelo Cortesi nel corso di una recente intervista riguardante proprio l’andamento del settore nel Paese nei primi mesi di quest’anno.

Bilanci: una congiuntura positiva
«Si sta notando che il primo quadrimestre del 2017 ha portato in generale crescite dei fatturati in doppia cifra e c’è quindi una moderata soddisfazione. La preoccupazione sorge quando si getta lo sguardo più lontano cercando di pianificare il futuro, perché lo scenario rimane soggetto a mutamenti repentini. Dalla fine dello scorso decennio il numero complessivo delle aziende del comparto si è confermato pressoché identico a quello del periodo pre-crisi, tolti alcuni fenomeni sparuti. Ma è difficile che il segmento delle molle patisca cambiamenti significativi improvvisi, anzi ha mostrato buone capacità di tenuta anche negli anni più duri».

La clientela: i settori trainanti
«In generale pressoché tutti i segmenti di destinazione del nostro prodotto denotano vivacità e da quasi due anni a questa parte la spinta dell’automobile è fortemente percepibile. Il risveglio è però generalizzato, sia in termini di ordinativi e sia sotto l’aspetto del volume d’affari. Parlando da imprenditore, per Coel l’auto è uno sbocco marginale benché conservi una certa importanza e dimostri una crescente vitalità. Meccanica, illuminazione e bianco sono altri clienti non solo importanti ma in evoluzione, pur se chiaramente con differenti percentuali. Il piccolo elettrodomestico, nel primo quadrimestre di quest’anno, ha vissuto a sua volta un autentico boom delle ordinazioni e attendiamo di comprendere quali possano essere i suoi comportamenti nel corso dell’annata. Qualora i trend positivi attuali dovessero trovare conferma, allora si potrebbe senz’altro parlare di un risveglio più concreto. Lo attendiamo però da troppo tempo, per essere poi disillusi dagli andamenti altalenanti della manifattura in genere. E tutto questo senza dimenticare che in molti sono riusciti a generare ottime performance anche in una situazione complicata. Non a caso, il fatturato complessivo dei costruttori italiani di molle è in netto miglioramento con un recupero pressoché totale dalla crisi a partire dal 2009. Per questo le mie speranze restano, ma resta anche la cautela».

Industria 4.0: preparati, al di là delle mode
«Per l’associazione il ruolo e il valore dell’informazione, che è cruciale per il paradigma 4.0, stanno diventando determinanti, indipendentemente per esempio dai metodi di rilevazione dei dati di processo. Il dato in sé godrà di importanza crescente all’interno dei mollifici che hanno pesantemente investito in software gestionali e soluzioni di progettazione. L’informazione è una parte centrale del progetto d’impresa ed è uno strumento principe per la nostra attività. Per questo però alludere all’Industria 4.0 non è strettamente necessario: si tratta piuttosto di una sovrastruttura che non incide sull’approccio deciso all’innovazione che caratterizza il settore dei costruttori di molle. Gli incentivi, senza alcun dubbio, sono di grande aiuto, ma la digitalizzazione e l’automazione si stanno semplicemente diversificando, perché già da prima erano parte del nostro patrimonio. L’informatizzazione è sempre stato uno dei temi chiave del nostro modello di produzione e gestione. Il 4.0 è un simbolo, è un richiamo, ma non porta con sé concetti dirompenti e i produttori di molle avrebbero ugualmente scommesso sull’hi-tech senza bisogno di questo spunto. D’altra parte l’insistenza sulla tematica e la sua connotazione precisa sono riusciti a spingere ulteriormente un progetto industriale autentico in più parti del mondo, definendo le strategie sotto l’aspetto finanziario».

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