Il filo che verrà

Da sinistra: Matteo, Edoardo, Mario ed Edoardo Gilardi, rispettivamente, direttore di stabilimento, presidente, amministratore delegato e direttore commerciale della Trafilerie Edoardo Gilardi & C. S.r.l.

La situazione dell’economia italiana uscita dall’ultimo conflitto mondiale era molto seria e il terreno da recuperare immenso. Basti solo pensare ai danni gravissimi subiti da tutte le infrastrutture e da molti impianti industriali nonché al forte impoverimento dell’agricoltura.

Le materie prime fondamentali per l’approvvigionamento energetico, carbone e petrolio, erano insufficienti e occorreva pagarle in lire, di cui c’era grande scarsità. I bombardamenti avevano inoltre menomato il patrimonio edilizio sommandosi ad una almeno decennale carenza di investimenti. E fu proprio in considerazione di ciò che, fra le varie iniziative prese dai politici dell’epoca per far risollevare il Paese, ce ne fu una, datata 1949 e che segnava un ingresso del governo nei programmi di edilizia sovvenzionata, tesa a ripristinare il parco edifici, favorendo l’edilizia popolare ed economica, e a riassorbire la disoccupazione.

L’industria edile col suo indotto si rimise così in moto contribuendo a far nascere, negli anni a seguire, piccole imprese. Fra queste la Trafilerie Edoardo Gilardi, avviata da un giovane e intraprendente perito industriale, ma non nella “culla dei trafilieri”, vale a dire il lecchese, bensì a Sesto San Giovanni, a due passi da Milano.

Dai sagomati per solai ai fili speciali
«La ricostruzione post bellica nei primi anni ’50 rappresentò una grande opportunità per chi voleva cimentarsi in un’attività imprenditoriale – conferma Edoardo Gilardi, fondatore e presidente dell’omonima trafi leria e ancora oggi, a 91 anni, attivo in azienda a fianco del figlio e dei nipoti – I nostri primi prodotti erano barrette sagomate utilizzate per le armature. Quando poi la richiesta di questi particolari iniziò a ridursi ebbi la fortuna di ricevere da una grossa fabbrica italianadi origine tedesca della vergella da trafilare, proveniente dalle Acciaierie Cogne, che ingenuamente scambiai per ferro. Ricordo che il direttore di quella società mi segnalò che quel tipo di lavorazione rappresentava l’avvenire. E non si sbagliava. Così, a poco a poco, siamo passati dagli acciai da costruzione per l’edilizia a quelli per le costruzioni meccaniche».

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