Congresso Internazionale European Spring Federation: il mondo delle molle si è incontrato a Taormina

Una delle località più belle e conosciute della Sicilia ha ospitato il nono Congresso internazionale dei mollifici associati a European Spring Federation (Esf), organizzato in collaborazione con la sigla italiana Anccem, in occasione del quale è stata presentata anche una panoramica vasta sulle performance globali dei costruttori del settore.

«Le molle sono ovunque», ha titolato il prestigioso magazine internazionale Wired per introdurre lo scorso anno un reportage sulla situazione e le specialità dell’industria nel Regno Unito, «dalle maniglie delle porte ai reattori nucleari». Quello dei mollifici è infatti un comparto-chiave per le attività manifatturiere globali nonostante che nella maggior parte dei casi sia composto di imprese di piccola o media dimensione, per lo meno in Occidente. È caratterizzato da un livello medio di competenza decisamente elevato e anche negli anni più foschi della crisi ha saputo dimostrarsi, più di altri, resistente e resiliente. La sua vivacità, tanto per restare concentrati sulla Gran Bretagna, è testimoniata dalle grandi manovre tuttora in corso in termini di operazioni di fusione e acquisizione. È fresca per esempio la notizia dell’investimento compiuto dalla specialista Lesjöfors Springs per acquistare un nuovo spazio logistico da 65 mila piedi quadrati (un piede vale circa 0,3 metri) nello Yorkshire. Segno che, trainate nel particolare dalla produzione automobilistica, le attività fervono e hanno buone prospettive di intensificarsi ancora in futuro. Venendo poi ai fatti di casa nostra, sempre sul finire del 2016 i produttori di molle venivano giudicati dagli esperti di Siderweb fra i player più solidi in assoluto dell’intera filiera siderurgica nazionale. Presentava un indice di redditività delle vendite dell’8,9%; un Roa (redditività rispetto al capitale investito) dell’8,2% e un indice di redditività rispetto al capitale proprio (Roe o Return on equity) pari al 12,4%. Quanto infine ai fatturati, essi segnavano un progresso del 5,8% e si sono mantenuti dinamici.

Angelo Cortesi, Presidente Anccem ha aperto i lavori dando il benvenuto agli ospiti.

Sotto i riflettori
Posti i casi specifici e per certi versi esemplari ai quali si è appena fatto cenno, il recente nono Congresso di European Spring Federation o Esf, ovvero l’associazione che dà voce al comparto nel Continente, organizzato in Italia a Taormina, ha permesso di spingersi oltre. Allestito con la collaborazione della sigla tricolore Anccem, presieduta dal titolare di Co.El Angelo Cortesi, ha ospitato le rappresentanze e le delegazioni di ben 17 Paesi. E ha dato dunque modo ai partecipanti di analizzare la performance del segmento su scala planetaria. Una forte frammentazione è il comune denominatore del business delle molle pressoché ovunque e in special modo nei territori più vasti – Cina e India su tutti – dove persino un censimento dei fornitori attivi diventa problematico. E nei quali non di rado le aggregazioni che ufficialmente riuniscono le imprese produttrici sono molteplici, essendo ognuna di esse attiva prevalentemente in un preciso ambito regionale. Al di là delle rispettive caratteristiche specifiche, le aziende delle numerose nazioni partecipanti hanno messo in evidenza problemi comuni e incognite condivise. A cominciare dalla necessità di un ulteriore balzo in avanti dal punto di vista dell’innovazione tecnologica, fermo restando il benefico effetto sortito in Europa dalle politiche orientate al modello dell’Industrie 4.0. Per proseguire poi con gli interrogativi riguardanti il possibile andamento a venire dei costi delle principali materie prime. E per concludere poi con il bisogno di arruolare negli stabilimenti nuove giovani leve, possibilmente preparate, in maniera tale da favorire un ricambio generazionale non più procrastinabile a lungo. Il presidente di Esf Michael Fauconnier ha sottolineato durante il suo intervento di apertura l’auspicabilità di un rafforzamento della Federazione, della quale si è augurato il consolidamento «come network per l’offerta di prodotti e servizi». Spetta anche ai 240 delegati intervenuti in Sicilia il compito di tradurre l’aspirazione di Fauconnier in realtà. Nelle pagine seguenti, un riassunto delle esposizioni dei rappresentanti dei principali Paesi.

Successo all’italiana
Rispetto ad altre, la manifattura italiana deve costantemente confrontarsi anche con un clima tutto sommato poco favorevole allo sviluppo dell’imprenditoria, contrassegnato in primis dalla pressione-monstre del sistema fiscale e ancor più dalla sua complicatezza. Temi, questi, che la relazione di Federico Visentin, presidente e amministratore delegato di Mevis, ha messo opportunamente in luce, prima di passare ai molti aspetti positivi del made in Italy. L’Associazione nazionale dei costruttori di molle – Anccem, appunto – aggrega stabilmente una quarantina di aziende delle circa 185 presenti nella Penisola, e del raggruppamento fanno parte anche alcuni partner, fornitori e produttori di articoli complementari. La grande crisi del biennio 2008-2009 ha scosso sì il settore, ma senza incidere in misura significativa sulla sua complessiva forza lavoro, rimasta pressoché immutata, numericamente, da allora. Anzi, non si esclude ora un incremento dell’occupazione e una piccola ondata di nuove assunzioni. Fra i motivi di perplessità e cautela, in linea con quanto anticipato più su, c’è senza dubbio la possibile performance a venire delle materie prime industriali, i cui prezzi potrebbero essere protagonisti di una impennata ulteriore, fra la fine del 2017 e i primi mesi del prossimo anno. Data quasi per assodata la stabilità delle dinamiche salariali, pure per via dell’inflazione,è stato al contrario pronosticato un segno più alla voce Produzione. I piani approntati dal governo centrale e le iniziative regionali per la promozione dell’innovazione 4.0 hanno dato risultati interessanti, e quel che ora ci si attende sono ora politiche incentivanti in materia, soprattutto, di costo del lavoro. Delle imprese affiliate all’Associazione solamente una produce su materiale a caldo; i restanti processi sono tutti a freddo. Il totale dei dipendenti si aggira attorno alle 1.400 unità, per un fatturato di poco inferiore a un miliardo, 950 milioni.

La Germania che non ti aspetti
Un maggiore impegno sulla formazione, che dia adito alla creazione di competenze all’altezza fra i giovani e favorisca conseguentemente il loro ingresso in fabbrica è stato segnalato, un po’ a sorpresa, dai rappresentanti dei mollifici tedeschi. Questi ultimi sono raccolti sotto l’ombrello di Vdfi (Verband der Deutschen Federnindustrie, ovvero l’Associazione professionale per l’industria delle molle in metallo) che raggruppa poco meno della metà delle aziende attive nel comparto, 103 su 220 complessive. Fra gli associati è piuttosto folta la presenza delle imprese subfornitrici; e più in generale è significativa l’incidenza delle insegne di dimensione medio-piccola. Il made in Germany è stato in grado sin qui di esprimere un volume d’affari superiore ai due miliardi di euro, ma secondo le stime il 70% dei suoi attori vanta vendite del valore medio inferiore a 12 milioni di euro all’anno. In contrasto, come vedremo, con altri grandi player intervenuti a Taormina, Vdfi ha riportato un sentiment positivo circa le quotazioni dell’acciaio e dei metalli in genere e ha pronosticato per il segmento delle molle un business in crescita del 5,8% sino a fine anno. Nel primo semestre del 2017 il ritmo è stato solo leggermente più sostenuto: +6%. Tre sono i canali di sbocco primari, ovvero l’immancabile automotive (55%); l’elettronica (25%); infine il machinery con il 15%. L’economia nazionale mostra tuttora indicatori positivi, dal +2% del prodotto interno lordo al 6% della soglia di disoccupazione, ma la preoccupazione viene per esempio dal rincaro dell’energia elettrica a seguito della rinuncia al nucleare. Passando poi alle tematiche del training e dell’istruzione specializzata, Vdfi si è detta convinta che nel 2018 i nodi principali dovrebbero venire al pettine, imponendo una soluzione. Ma sempre nei prossimi mesi sono attese risposte chiare anche ad altri interrogativi. Sentito è infatti il problema del continuo decremento delle motorizzazioni diesel, a fronte però dell’aumento degli acquisti di auto basate su motori tradizionali o ibridi. Ancora, per quel che riguarda la mobilità, è da analizzare la possibile affermazione sul breve-medio periodo delle vetture elettriche. Robotica, automazione e digitalizzazione rappresentano altrettante sfide e in un’ottica 4.0 una marcata attenzione dovrà riguardare la gestione sicura delle informazioni.

Gran Bretagna: dentro o fuori
Lo spettro della sempre più vicina separazione della Gran Bretagna dall’Unione europea è chiaramente fonte di preoccupazione per gli esponenti di Spring Manufacturers Association (Sma), recentemente interessata da una modesta scissione causata proprio da divergenze di vedute sull’argomento Brexit. È la manifattura britannica nel suo complesso, che pesa per il 10% circa sull’economia locale, a temerne le conseguenze, incarnate fra gli altri dalla possibilità dell’introduzione di dazi doganali oltre il 5% sulle esportazioni di merci in direzione del Continente. Durante il nono Congresso internazionale di European Spring Federation a Taormina i vertici dell’associazione con quartier generale a Sheffield si sono fatti portavoce di queste paure, in linea con l’opinione negativa diffusa fra gli economisti circa le ripercussioni del divorzio sul Regno Unito. Prima ad avvertirle è stata la quotazione della sterlina: le vendite oltremanica ne hanno inizialmente beneficiato, ma il parere degli esperti è che su un orizzonte più ampio la svalutazione possa tradursi invece in boomerang. Ciononostante, sino allo scorso autunno la produzione di molle nei territori di Sua Maestà procedeva con il vento in poppa, visto che i calcoli associativi ufficiali riportavano un sonoro +17% di vendite riferito al mese di agosto. Brexit significa anche una svolta politica sull’immigrazione e il pericolo è che al segmento, così come all’industria in genere, possano mancare le braccia e le teste delle quali ha fortemente bisogno. Stando alle opinioni di alcuni produttori lo Stato si trova oggi in un limbo e ha di fronte a sé un futuro carico di interrogativi. La previsione è che il prossimo anno il Prodotto interno lordo di Albione possa crescere di 1,2 punti percentuali, ma le preoccupazioni sono rappresentate piuttosto dalle spinte inflattive al 3%, specialmente a fronte di salari che mediamente salgono solo del 2%.

Molle, stelle e strisce
300 imprese associate, con una forza lavoro composta in media da 30-40 persone e un volume d’affari cresciuto del 13-14% solamente nei primi nove mesi del 2017. È questo il ritratto che il portavoce dello statunitense Spring Manufacturers Institute (Smi) Frank Fazio, di origini siciliane, ha tracciato del settore della produzione di molle in Nord America. Fazio ha detto a chiare lettere che si tratta di un’industria nella quale «lavorare è bello» e che tuttavia con i colleghi delle associazioni europee e asiatiche condivide una serie di problemi. Primo fra tutti, l’invecchiamento della popolazione in età lavorativa, per contrastare il quale le istituzioni e le sigle di categoria stanno approntando piani formativi mirati. Necessaria è al tempo stesso una diversificazione delle produzioni, che va di pari passo con il potenziamento del marketing e con l’apertura di nuovi canali distributivi. Per finire, l’imperativo è puntare sull’innovazione tecnologica, sull’automazione, sull’implementazione di adeguati sistemi gestionali. Gli States e le loro aziende possono contare su un panorama manifatturiero che da tempo sta attraversando una fase di notevole espansione, e su un’economia che dovrebbe chiudere il secondo semestre di quest’anno sull’onda di un ulteriore progresso del 3%. Per i prossimi anni l’ipotesi di un rallentamento è da tenere in considerazione, ma nel frattempo nel luglio del 2017 l’output industriale ha segnato un progresso da 2,2 punti. +1,2% è stato il risultato messo a segno dalla manifattura, che nel 2016 valeva 2,18 trilioni di dollari, pari all’80% delle esportazioni a stelle e strisce. I dati di Spring Manufacturers Institute riportano un totale di 425 costruttori di molle che per il 92% circa sono di piccola o media stazza a conduzione rigorosamente familiare. La tendenza recente è però all’integrazione o all’accorpamento, guidato da operazioni di acquisizione e fusione mirate. Nel complesso, il business espresso dai mollifici nordamericani ammonta a 8-10 milioni di dollari e la più gran parte delle imprese è concentrata negli Stati settentrionali e orientali del continente. Non mancano però i presidi presso i confini con il Messico, forse anche per via delle relazioni con i fornitori di parti auto locali che la politica di Trump sta minacciando; oppure in California.

Made in Asia
Nella Repubblica Popolare Cinese si calcolano 42 costruttori di molle associati a China Spring Specialty Association ma sul territorio sono in attività non meno di 200 insegne, con un fatturato mediamente pari a 8,3 miliardi di yuan (a settembre uno yuan valeva 0,12 euro). Si tratta di una porzione inferiore al 50% di un business da 22 miliardi, approssimativamente. Trasporto leggero o pesante, tanto su gomma quanto su rotaia, elettronica, edilizia e un’architettura fiorente sono i principali ambiti di destinazione del prodotto nazionale e non a caso si sta registrando il notevole successo delle molle a spirale dalle alte prestazioni, concepite per adeguarsi alle temperature elevate delle ferrovie ultra-veloci. Alla fine del 2017 il comparto delle molle dovrebbe rivelarsi in grado di esprimere un tasso di crescita del 14,9%. Salgono leggermente le importazioni, mentre si sta contraendo l’export: nel 2016 ha subito una flessione da due punti percentuali. In vista e in corso c’è anche una nuova ondata di investimenti testimoniata dai principali indicatori economico-industriali; a farvi da contraltare un declino del Prodotto interno lordo passato dal +6,9% di gennaio al +6,7% di giugno. Le relazioni con gli Stati Uniti all’epoca di Trump e i prezzi delle commodity preoccupano, ma fra i più urgenti nodi da sciogliere c’è poi l’incremento del costo del lavoro. Per quel che riguarda la Corea del Sud, che mentre scriviamo è sempre alle prese con questioni di ordine geopolitico della massima serietà, il Paese ha assistito nel primo semestre del 2017 a un crollo da 7,2 punti percentuali della produzione automobilistica. Le molle non ne hanno sofferto più di tanto, poiché per la fine dell’anno è previsto un incremento dei fatturati del +3,5%, per un valore di 752 milioni di dollari. Al termine del prossimo biennio i produttori contano di poter crescere ancora, del 3,99%. Il prezzo delle materie prime e i veicoli elettrici sono gli interrogativi primari; mentre si pronostica il miglioramento del Pil. La sfida degli e-vehicle interessa da molto vicino anche l’India, dove le associazioni di settore sono circa 50 in rappresentanza di un giro d’affari vicino ai 250 milioni di dollari. La previsione di crescita sino alla fine del 2017 è del 10%, del tutto in linea con le aspettative sul Prodotto interno lordo (+7%). L’automobile e il bianco rimangono i principali settori-clienti. In Giappone, a rappresentare sul piano istituzionale l’industria delle molle Japan Spring Manufacturers Association o Jsma, che vanta 217 membri effettivi cui si aggiungono altri 38 associati. Almeno dal 2005 il comparto sta attraversando un declino che i numeri relativi alle aziende in attività certificano impietosamente. Alla metà dello scorso decennio erano 738, le ultime stime ufficiali ne hanno contati solamente 548. Gli addetti sono in totale circa 20 mila. Il mercato interno si è ridotto a sua volta, per i mollifici (-3,1%) e le esportazioni sono anche alla luce di ciò un traino fondamentale: incidono infatti per il 15% su un bilancio complessivo influenzato soprattutto dallo automotive, che incamera il 65-70% dell’output annuale. Più ancora che per altri, il ricambio generazionale è la grande sfida cui il Celeste impero, in costante invecchiamento, deve fare fronte. Il Pil è finalmente atteso a una crescita dell’1,3%.

Altre voci dall’Europa
In Francia i mollifici sono stati capaci di crescere del 4% nel 2016 e del 2% quest’anno, con 2.400 addetti e un fatturato da 347 milioni di euro. Lo ha calcolato la sigla di settore Fim Ressort, 18 soci, e 4 recenti nuovi membri su 68 aziende costruttrici presenti nel Paese. Decisamente buone (+7%) sono le prospettive d’investimento e si attende un’espansione significativa di settori-chiave quali lo automotive, l’aerospazio, non da ultimo l’elettronica. 113 sono i produttori di molle attivi in Spagna e di questi 80 fanno capo alla associazione di categoria Asemu. Hanno in media meno di 10 addetti ed esprimono un business da 100 milioni di euro. Con i trasporti leggeri e pesanti, gli elettrodomestici, l’elettricità e l’eolico come destinatari primari, il comparto ha interessanti margini di sviluppo per il prosieguo dell’anno e oltre, nonostante i timori di un calo delle competenze e sui costi delle commodity. 20 sono per finire i produttori di molle presenti sul territorio dei Paesi Bassi, per una forza lavoro in media pari a 17 unità e un complessivo business da che impiegano mediamente 17 75 milioni di euro, dovuti al 40% all’export. Gli osservatori hanno pronosticato una ulteriore crescita dell’8% per il prossimo futuro. Un 20% di export all’Unione europea caratterizza la Repubblica Ceca e la Slovacchia, dove i produttori di molle riuniti in associazione sono solo otto e calcolano vendite per 22 milioni di euro circa. Pur se alle prese con automazione, rarefazione delle competenze, globalizzazione e relazioni con il mondo dell’auto, fra il 2016 e il 2017 cechi e slovacchi hanno messo a segno una crescita da ben nove punti percentuali.

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